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Libri. Lo smarrimento del Docente. Da Edipo a Narciso, al Telemaco possibile.

In tempi in cui la scuola pare aver perso la funzione di baricentro formativo per le generazioni che vi si affacciano, ad Astolfo giungono email dai toni cortesi che chiedono di dire, di avere una posizione sulle difficoltà e confusioni in cui versa questa istituzione e di indicare un qualche riferimento, un “da dove ripartire” per capirci qualcosa. Ecco qualche storta parola sollecitata da un libro piccolo ma importante, che parla proprio dell’insegnare e delle sue croci e dolori, dei compiti degli insegnanti e della situazione, diciamo storica, di quelli che frequentano di qua e di là dalla cattedra.  Il libro, di qualche anno fa, è di un affermato, citato, molto letto e apprezzato studioso delle oscurità interiori e dei disagi della nostra civiltà della macchina e del tempo insufficiente a … vivere. L’ora di lezione, Einaudi 2014, ancora utile, anzi assai attuale, perché senza soluzioni facili facili, da Ministero dell’Istruzione e di certi “progetti”- docenti docent- che affollano le didattiche delle scuole di ogni ordine e grado. L’autore è psicanalista e racconta di un personale percorso difficile negli istituti di periferia milanese frequentati fin quando non ha incrociato maestre col sorriso e la parola, non invidiose della bellezza della mamma e professori coraggiosi che hanno amato chi amava il conoscere! Tutta roba non assente dall’Istruzione nostrana, ma strozzata, ridotta a parola morta dentro il cicaleccio dei telefonini e dei silenzi inattraversabili come trincee tra le generazioni separate dai vecchi banchi, da lavagne elettroniche ugualmente mute, registri non più bibbie temute, solo ignorate e … derise al momento centrale di un giudizio. Recalcati, filosofo di quelli che mirano alla comunicazione chiara anche sui temi più profondi e peregrini tra i banchi, parte da Socrate, l’uomo brutto e straordinariamente saggio che rifiuta di incontrare l’allievo e si fa attendere, rapito dal demone della meditazione, certo di evitare l’aspettativa scontata di “riempire il vuoto” e mirare invece ad “aprire” quel vuoto. Col suo gesto, il maestro di Platone – che ne parla, e dove se no?, nel Simposio – sa che apre porte e finestre, occhi e cuore di chi si affida a lui e al suo sterminato ma accessibile sapere. Allievo di Lacan dopo le tante figure fondamentali che l’hanno formato tra Quarto Oggiaro e la Statale di Milano, Recalcati definisce l’operazione “erotica dell’insegnamento”. E riassume i tre modelli di scuola realizzati nel nostro passato recente: quello edipico – il più antico, col maestro/padre al centro, autorità da “uccidere” per esistere, modello pre ‘68 travolto dal secondo modello: quello narcisistico. Arroccato sul soggetto, cioè sull’Io che si specchia come il Narciso del mito e si trova bello in modo incomparabile, ignora dipendenza da regole e freni, esplode nel capriccio e nell’arbitrio proprio come figlio autentico della società liquida, non autorevole, di padri e madri inchinati e devoti al niente che ogni povero/a ragazzo/a esprime. Narciso non ha ideali paragonabili a quelli di Edipo che vuole sbarazzarsi dell’adulto, è solo sepolto nel sé, disinteressato a conoscenza e socialità pensanti e responsabili…

E’ un aspetto, forse l’aspetto, doloroso e possente del pantano del presente, a scuola, nelle strade, in ogni sito dell’umano coinvolgimento di ognuno con l’altro. Ci può, ci potrebbe servire un terzo più problematico modello, secondo Recalcati: quello di una scuola-Telemaco. Contro l’ottusa cultura acritica calata dall’alto da un’Autorità odiata e irremovibile, ma anche contro l’alleanza figli-genitori che produce i tristi episodi rimbalzati sulla cronache nazionali, umilianti aggressioni/delegittimazioni dei docenti e, direi, del conoscere in sé, Telemaco attende il ritorno di quel che rimane del padre Ulisse, eroe sopravvissuto alla furia di Poseidone ed approdato stanco ma non vinto ad Itaca. La scuola-Telemaco è un modello possibile, l’unico, credo con l’autore, nel nostro tempo senza incanti e ideali, tendente ad un imparare “controvento” che l’accesso alla cultura –come egli scrive – , … apre a una vita più soddisfatta, in grado di allargare il proprio orizzonte. Più viva di quanto simbolicamente morta, sottratta al godimento mortale e incestuoso del consumo immediato, capace di riconoscersi appartenere a una storia, a una memoria condivisa, al campo del linguaggio.   Da questo punto fermo il libro costruisce un cammino lineare che Astolfo trovò a suo tempo affascinante: dall’accennato rifiuto di Socrate che ogni docente farebbe bene a fare per responsabilizzare chi l’ascolta ed impara, risale all’idea di un amore trasmesso con attenzione e parsimonia. Riporta altri esempi di ore di lezioni straordinarie: Pennac che rimarca la presenza del docente su ciò che trasmette; e, anzitutto, l’insegnamento dei fondatori della Linguistica novecentesca, quando dicono che la parola è sempre oltre il codice del linguaggio e genera altri mondi, anche corporei, di sensazioni vive e quindi nella lezione non trasferiamo a chi ascolta e prende appunti solo dati e pezzi di scienze, ma noi stessi… Guai, allora, alla ripetizione che stanca, ai saperi sclerotici delle specializzazioni,  ma “cose” che abbiano la potenza di vincere noia e disamore per il mondo e noi stessi. Un complicato circuito di dare e avere: Socrate che si nega alla faciloneria della ripetizione che l’allievo desidera, quest’ultimo che insegue non Socrate ma se stesso!

E tanto, tanto altro nel piccolo libro dello studioso milanese, tanto su cui meglio non insistere nello spazio breve di questa nota. Rimane da dire solo ciò che induce anche Astolfo al sentimento del libro: l’immagine dell’autore che nel ripercorrere la propria carriera di studente svantaggiato e difficile,  con grazia racconta della professoressa che all’ultimo anno lo strappa all’indifferenza e lo motiva proprio nella direzione di quanto qui sostiene, lo spinge ad amare quello che impara con dolore prima e leggerezza consapevole poi. E, tra le pagine dedicate alla memoria, le parole struggenti e vere per questa donna cercata anni dopo per un ringraziamento riparatore… e ormai morta e dimenticata.

 

Massimo Recalcati, L’ora di lezione, Einaudi 2014

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