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Libri. Con lui, lo spazio diventa uno spasso: Einstein

Astolfo, Cavaliere intristito dalla comica vanteria dei suoi simili, e più di tutto dalla sciocca insistenza a ritenere la ragione un inutile e dannoso inghippo dell’esistenza di ciascuno per salvarsi con l’eterna furbizia, ha ritrovato tra i propri scartafacci ingialliti un libro non recentissimo, ma dal contenuto senza tempo.

E’ La bicicletta di Einstein, in copertina la bella foto di un Einstein in bici, uscito due anni fa per un piccolo prestigioso editore e scritto da un fisico francese, esperto e, stranamente, dal linguaggio leggero e poetico, E.Klein. So bene che tanti – oddio, tanti dei pochi(ssimi) che leggono Astolfo- già storcono   nasi e bocche ( non dico menti ad evitare equivoci!) per l’ennesima ricostruzione di quella rivoluzione nella conoscenza del cosmo che fu, proprio un secolo fa, tra il 1905 e il 1915, la Relatività, coi due passi successivi tra le due date di ristretta e generale.

 Nessun timore, lettori sospettosamente previdenti! Astolfo vola sì tra le nuvole alla caccia disperata della ragione perduta, ma di cose alte partorite da menti umane in stato di grazia capisce poco; anzi, numeri e formule gli danno il capogiro che talvolta lo fa precipitare sulla Terra senza aver messo piede sulla luna. Con scorno e frustrazione! Figuratevi roba di Fisica… un mondo affascinante ma sconosciuto ed impenetrabile… Eppure il bel libro di Etienne Klein si presenta fin dall’inizio con un’epigrafe da Hanna Arendt che ci allunga subito l’occhio sul protagonista del libro, l’Albert che fa la linguaccia dai manifesti di tante camere di ragazzi, lo stesso che pare domandarsi: ma queste cose, teoremi e teorie, calcoli e algoritmi, li ho fatti proprio io? E, coi lunghi capelli arruffatissimi, contrari ad ogni immaginazione sullo scienziato del I ‘900, allunga il braccio verso una lavagna che ostenta la magica formula E=mc2 con l’aria più normale del mondo! L’epigrafe dice: Beato chi non ha patria. Egli la vede ancora nei suoi sogni. Adatta perfettamente per chi dovette fuggire dalla Germania ormai nazificata. In realtà, Albert e la moglie Elsa erano già negli Stati Uniti dall’autunno del ’32 mentre Hitler prese il potere per via elettorale nel gennaio successivo e subito dopo lanciò la sua guerra contro tutto e tutti per cancellare le condizioni di pace imposte alla Germania nel 1920 a Versailles, mordendo a destra e a manca i nemici interni ed esterni, nel silenzio generale dell’Europa democratica, per quel poco che ce n’era negli anni Trenta. Lo scienziato, ormai famoso anche per il Nobel del ‘21, a dirla tutta, non fu accolto trionfalmente da tutti. Una tale Lega delle donne patriottiche, salita alla ribalta per la battaglia contro il voto alle donne e guidata dalla signora R.Frothingham, si oppose a che Einstein fosse accolto negli Usa. Lo definì “pacifista e comunista”, e proclamò – ciò che poi farà ridere anche il più disinteressato fra gli studenti medi inferiori-, che la famosa teoria della Relatività, come dirà la signora, “non ha un interesse … maggiore … della risposta al vecchio indovinello: ’Quanti angeli possono stare su una capocchia di spillo se gli angeli non occupano spazio alcuno? ’ ” Inoltre, le pie donne di quella Lega sottolinearono che le idee sulla natura dello scienziato minacciavano la religione e che… il suo Inglese incerto non gli avrebbe consentito di adattarsi ai “Valori Americani”! Albert avrebbe voluto ridere, ma disse placidamente che era la prima volta “che vengo respinto dal bel sesso”… riconobbe che avevano ragione a respingerlo, visto che era un uomo che “spinge la sua malizia a rifiutare ogni specie di guerra, salvo quella, inevitabile con la propria consorte… Bravi, Americani, date ascolto ai vostri piccoli patrioti in gonnella…” E’ questo il tono del bel libro di Klein, rigoroso e profondo, analitico ma mai pedante;  non dico superiore o migliore quanto ai contenuti, diverso dalle molte biografie o ricostruzioni del percorso intellettuale del Nostro.

Bello anche perché l’autore, anch’egli “del mestiere”, come detto, si mette sulle tracce del grande teorico della nuova Cosmologia del ‘900 ripercorrendone materialmente i segmenti della vita, visitando talvolta in bici luoghi e tratti delle esperienze che porteranno lo scienziato alla nuova, rivoluzionaria concezione dello spazio, del tempo, dell’intera materia di cui siamo fatti noi stessi. Klein, infatti, insegue Einstein lungo tutta la geografico che lo riguarda: Basilea, Aarau, Mettmenstetten, Zurigo, Berna. E poi: Praga, Bruxelles, Anversa, Le Coq-sur-Mer. Ed anche, non ripercorsi personalmente, ma raccontati con l’animo divertito già accennato, i luoghi del successo americano negli anni dell’esilio e dell’esplosione della “follia hitleriana” in tutt’Europa, con le angosce dello scienziato di aver dato inizio al più irreversibile salto verso l’autodistruzione dell’uomo, la bomba atomica. Angosce non attenuate o rimosse dal non aver in alcun modo partecipato al Progetto Manhattan, il lungo lavoro voluto da Roosevelt col team di fisici che costruì l’atomica che avrebbe posto fine alla guerra con le due tragedie di Hiroshima e Nagasakj dell’agosto del ’45. Pacifista da sempre, in un’Europa piena di nazionalisti guerrafondai, oppositore quindi della carneficina del ’14-’18, Einstein era partito dalla meraviglia per lo spazio, la luce e le conoscenze che a fine ‘800 si avevano del tempo e della materia. Al figlio Eduard, allora bambino, che gli chiedeva perché fosse famoso aveva risposto:” Quando uno scarabeo cieco cammina sulla superficie di un ramo curvo, non si rende conto che anche il percorso che segue è incurvato. Io ho avuto la fortuna di notare ciò che lo scarabeo non può vedere”. Era già la sterzata verso l’idea, così stramba per i tempi, dello spazio curvo e del procedere della luce nello spazio-tempo non in linea retta, e che anche il tempo procede per curve. Così riassume Klein la prima illuminazione di Einstein davanti allo stupore e alla naturale incomprensione del bambino Eduard. Tutto questo nasceva, come si sa, dal fatto che non molto prima, nel 1900, il grande fisico Max Planck avesse in un sol colpo corretto la concezione della luce della Fisica classica: intimidito ed intimorito, Planck aveva affermato che la luce è composta di corpuscoli, di parti, che definì quanta, il plurale di quantum, quanto, appunto, parte. Era il colpo definitivo alla visione di Galilei e di Newton, già attaccata dal contributo di Maxwell di pochi anni prima, che aveva negato che nell’Universo ci fossero “vuoti”, ponendo l’esistenza di campi elettromagnetici in una realtà-sostanza detta “etere”, attiva per le vibrazioni che la scuotevano. Einstein fa il passo successivo: non è l’etere che vibra, ma lo stesso campo elettromagnetico. Tutto lo spazio è permeato dal campo elettromagnetico, anche laddove non produce effetti: questo non vuol dire che dove non ci sono effetti non c’è nulla, ma più semplicemente che l’intensità del campo è pari a zero.
La fisica delle particelle si spinge ancora più in là: lo stato di vuoto diventa un altro stato della materia. La posizione delle particelle in una certa porzione di spazio non è altro che una probabilità, parlare di presenza reale di corpi a questo punto non ha più alcun senso.
Da qui l’inizio della nuova Fisica e la nostra visione del mondo. Al povero Astolfo fischiano le orecchie e sta per cadere al pensiero che il mondo che (gli sembra di) vede(re) non è poi tanto reale! Si sofferma soltanto su uno dei tanti aforismi di Einstein, quello di essere uno senza patria, apolide e in grado di sentirsi a casa in ogni punto del mondo e, pensa il cavaliere inglese, nell’Universo: Sono davvero un “viaggiatore solitario” e non mi sono mai sentito pienamente a casa né nel mio paese, né in famiglia, né con i miei amici, nemmeno con i miei parenti più prossimi”.

E.Klein, La bicicletta di Einstein, Ponte alle Grazie 2016.

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