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L’ultimo viaggio della motonave “Lies”: una storia di coraggio e sopravvivenza in mare aperto

All’alba dell’ultimo sabato di ottobre del 1971, la natura si risvegliò con una sinistra maestosità. Il cielo si stagliava cupo e minaccioso sopra l’isola vulcanica di Capraia, gettando un manto di inquietudine su quel tranquillo angolo di mondo.

Le onde si scontravano furiosamente contro la costa rocciosa, annunciando l’arrivo imminente di una forte burrasca. In mezzo a quelle acque inquiete, la motonave Lies, proveniente dal porto francese di “La Nouvelle”, navigava con determinazione verso la Sicilia con un carico di grano. Le 730 tonnellate di stazza sembravano una forza invincibile, ma il destino aveva in serbo una prova devastante.

Il comando della nave era affidato a Porfirio Parascandolo, un capitano montese di 52 anni con un’esperienza imperturbabile. La sua lunga pratica e il suo straordinario coraggio lo avevano trasformato in una sorta di leggenda tra i marittimi di Monte di Procida. Era un autentico veterano del mare, uno di quegli individui che, anche di fronte alle circostanze più ostili, non avrebbe mai arretrato di un passo.

Con lui a bordo vi erano altri sei marittimi: il direttore di macchine Michele Scotto di Luzio; il secondo di macchine Antonio Scotto detto zì ‘ntonio Maiurano; il cuoco Antonio Scotto di Perta; il nostromo Antonio Schiano Moriello; il marinaio Luigi Mazzella; il marinaio Umberto detto ‘u Barbiere (da non confondere con Umberto ‘u barbiere di Casevecchie); il marinaio Michele Parascandola Ladonea detto Machizzano. Ad eccezione del direttore delle macchine, originario di Procida, i restanti sei membri dell’equipaggio erano tutti di Monte di Procida.

Fu l’anziano nostromo Antonio Schiano Moriello, insieme al giovane marinaio Luigi Mazzella, quest’ultimo l’unico ancora in vita oggi, ad avvistare per primi l’incubo imminente che stava per abbattersi su di loro. Una piccola falla si era aperta nella stiva di poppa, sotto la linea di galleggiamento. Il capitano Parascandolo fece un respiro profondo e si precipitò a controllare il danno. Gli occhi degli uomini a bordo esprimevano apprensione, ma il capitano sapeva che non c’era tempo da perdere. Avrebbe dato tutto per salvare la nave e la sua ciurma.

I tentativi di riparare la falla furono frenetici, ma purtroppo inutili. L’acqua continuava ad allagare la stiva e la situazione stava rapidamente peggiorando. Senza esitazione, il capitano Parascandolo decise di lanciare un S.O.S. La sua voce era calma, ma l’urgenza e l’angoscia trasparivano in modo più che evidente.

Mentre il messaggio di soccorso viaggiava attraverso l’etere, la Lies combatteva contro le onde sempre più furiose.
Con il trascorrere di ogni istante, l’imbarcazione si inclinava progressivamente su un fianco e l’acqua continuava ad infiltrarsi, minacciando di inghiottire tutta la nave. L’equipaggio lavorava senza sosta per limitare i danni. Era una lotta contro il tempo e contro le forze spietate della natura.

Alle undici del mattino del 30 ottobre 1971, il capitano e i suoi uomini si resero conto che non c’era altra scelta: dovevano abbandonare la Lies. La scialuppa venne calata in mare velocemente e l’equipaggio, uno dopo l’altro, vi si calò con un senso di perdita profonda. L’ultimo a lasciare la Lies fu il capitano Porfirio Parascandolo ed in quell’istante, tutti insieme si voltarono indietro verso la loro nave mentre le onde la inghiottivano lentamente.

Quella nave non era solo un ammasso di ferro vecchio, ma il frutto di anni di duro lavoro, di notti insonni e di avventure sull’acqua salata. Era una compagna di vita, la loro casa galleggiante ed un simbolo della loro forza, del coraggio e del grande legame con il mare. Le lacrime si unirono alle gocce di pioggia battente mentre, increduli, guardarono la loro nave sprofondare sempre più nell’abisso marino.

La Lies scomparve sott’acqua, al largo di Piombino, con un fragore terrificante, come se il mare avesse reclamato il suo tributo. Il silenzio che seguì fu straziante, ma la vita a bordo della scialuppa di salvataggio continuò. Il capitano Porfirio Parascandolo ed i suoi uomini si strinsero l’un l’altro, consapevoli di non essere ancora salvi. Avevano combattuto fino all’ultimo istante, avevano fatto tutto il possibile, ma c’era ancora da soffrire e dimostrare coraggio e resilienza in un mare infuriato che non avrebbe concesso nulla senza lottare.

Mentre il cielo si faceva sempre più scuro, un bagliore di speranza comparve all’orizzonte. La motonave bulgara “Batak” aveva raccolto il messaggio di soccorso e si era diretta in loro aiuto. Attraverso le onde tumultuose, si avvicinò rapidamente, recuperando uno dopo l’altro tutti i membri dell’equipaggio e li condusse in salvo fino al porto di Piombino.

La Lies era iscritta al compartimento marittimo di Napoli ed apparteneva all’armatore montese Giosuè Lubrano Lavadera, meglio conosciuto come “Parrucchiano”.

Quella nave, potrà essere stata irrimediabilmente perduta il 30 ottobre di 52 anni fa, ma il coraggio e la determinazione del capitano Porfirio Parascandolo e dei suoi uomini rimarranno per sempre come un esempio ispiratore di straordinaria forza umana in un mondo che, talvolta, si palesa in tutta la sua ostilità. La loro storia non si esaurisce nell’atto eroico di abbandonare la nave in mezzo a una tempesta furiosa, ma si tramanda come simbolo di perseveranza e determinazione contro le avversità inimmaginabili.

L’equipaggio della Lies non è stato semplicemente un gruppo di marinai sparsi, ma un esempio tangibile di quanto si possa ottenere quando si lotta insieme, quando si mantiene la calma nelle situazioni più disperate e si persevera contro il feroce abbraccio della sorte avversa.

–Pasquale Mancino

P.S. Un ringraziamento speciale alla famiglia Parascandolo, in particolare a Vincenzo (figlio del capitano Porfirio); a Luigi Mazzella (unico testimone ancora vivente dell’affondamento della Lies) e a mio padre Raimondo Mancino per tutte le preziose informazioni che hanno consentito di ricostruire questo particolare capitolo della nostra storia marinara.

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