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Cumae, Astolfo ricorda la poesia di Michele Sovente

La microrecensione di Astolfo si accorcia per velocità e…snellezza di lettura.

 

Dieci righe di Astolfosullaluna – Maggio

 

La grande poesia di Michele Sovente

Ripubblicato Cumae, il poema anche di questa terra.

 

Niente più che una segnalazione, doverosa. Perché c’è di mezzo il poeta più noto dei Campi flegrei, Michele Sovente. Da un anno e mesi è uscita l’edizione critica di uno dei libri poetici più decisivi del poeta di Cappella, scomparso ora sono dieci anni, nel marzo del 2011. Si tratta di Cumae, premiato col “Viareggio” nel ‘98, uscito per Marsilio, centrale nella sua produzione dopo le prime prove del ’78 e ’81 e Per specula aenigmatis, ’90, cui è visibilmente legato. Libro ribollente di colori/odori, ombre e zolfo, rabbie meditate, versi sul rinsecchirsi dei luoghi e ritirarsi dei miti dalla terra flegrea, madre privata/oscurata, ormai, della sua aura di patria greca e Natura esuberante fino alla commozione.

E’ un lavoro scientifico – se la poesia può essere Scienza- dell’Accademia napoletana, con l’apparato di note e commenti sul dire e sui tormenti di Sovente, la pars retorica e lo stile, la collocazione nella poesia italiana, opera di Giuseppe A. Liberti, ricercatore della “Federico II”. Il poeta travalicati fin dagli esordi i limiti geo-esistenziali dell’area di appartenenza, impasta versi sulla condizione del Sé che abita e scrive su cimiteriali rovine sepolte, sentendo subito il mondo parte del brutto spettacolo consumistico e degradato. Dice subito che può guardarlo solo di sbieco, confusamente, nell’enigma di un esistere oscuro: […] Il prisma/slitta l’enigma. La grazia/soccombe. Tutto si tiene. //L’occhio strabico strazia/piumaggi e fossili. Si vive/si scrive di sbieco. ( p.132). Avverte l’urgenza radicale di un lavoro politico, come tanti allora, ma fa della poesia la lente d’indagine e il bisturi contro edonismo e disimpegno già vivi ed aggressivi, persistendo, insieme, il verbo della libertà del denaro e la spudorata menzogna dei socialismi reali e… carcerari. E’ sulla strada del grande tema irrisolto del ‘900: il linguaggio e la possibilità di rappresentare il mondo, di dire evidenze e verità sotto traccia anche con gli attrezzi dell’analisi junghiana cui ha deciso di sottoporsi a fine anni ’80. Ricerca di sé, attrazione e repulsione per la propria terra demitizzata/abusata dal finto sviluppo di cemento e pseudo turismo, che sprofonda i Ruderi flegrei nell’anonimato dell’abbandono, obbligano Michele alla scrittura trilingue, Italiano, Latino, dialetto di Cappella. E, più tardi, il Francese, pegno dell’infanzia sul mare di Marsiglia. Oltre, e contro, un classicismo erudito, pure presente nello scorcio conclusivo del secolo passato. Anzi. Una via stretta perché equivocabile per quel che non è.

L’Italiano dentro la lezione dei nostri grandi novecenteschi, Montale ma anche Gatto, Caproni, altri, affiancato dal Latino post-classico ed ecclesiastico, mai traduzione diretta del primo, entrambi poi precipitati chimicamente nel dialetto di Cappella, autoctono e minoritario nella città flegrea multivoci, cadenzato dalla forza di fonemi unici, coi rapidi avverbi di luogo ccò, llò, confini invalicabili con la lingua di Napoli, come col Puteolano e il Procidano-Montese. Ed è proprio il Cappellese, crediamo, assunto col latte della madre Consiglia, figura-totem della bildung di Michele, a costituire il nuovo, il mai sentito perché mai scritto prima di Sovente. Una vera “lingua”, ribollente del fuoco nero che agita le anime trapassate dei milites della flotta romana raccontati/esorcizzati proprio da Consiglia, sepolti sotto il luogo in cui egli visse tutta la vita, dopo il ritorno dall’emigrazione familiare in Francia, dove il padre Marco, trovatello dell’Annunziata, metteva mirabilmente in opera le riggiole, le mattonelle, oggetto-indizio di una parte del suo tormentato iter poetico. Drammatico, per la consapevolezza che la Storia qui ha macinato anche le rovine, ma intessuto di concretezze quotidiane, quasi per seguire le orme dell’amato Vico, filosofo del verum-factum, come una vecchia conversazione tra noi in Cumana mi riporta.  E qui Astolfo esaurisce la sua segnalazione, sapendo bene che a questo punto ci sarebbe da fare l’analisi dell’opera… Invece, solo un cenno ai temi del libro.

Cumae è diviso in sei sezioni, dalla I che indaga la Storia riletta con la potenza penetrativa della lingua tra i misteri spazio-tempo del sottosuolo, alla II, più intima, con i brandelli di amori mai vissuti o perduti o lasciati, nel caos dell’intorno, alla III, dominata dagli animali tipici di Sovente, uccelli ed insetti più di altri. Con la IV sezione il poeta racconta-respinge gli strazi del territorio, una volta meta e stanza di dei ed eroi. E’ denuncia politica di affarismi e degrado creati da classi dirigenti ignave ed ignoranti. La V è a tema libero, poche poesie, lunghe, Italiano, tranne una. Vi appartiene Camminando per i Campi Flegrei, sofferenza e rabbia di cosa sia divenuto il nostro territorio. L’ultima sezione riprende il tema del linguaggio disvelatore e presenta testi nel dialetto materno, conferendogli il riconoscimento che il poeta fin dall’inizio aveva cercato.

Un testo da leggere a scuola, per la memoria e il futuro. Pare che le istituzioni locali si impegneranno in un’opera di riconoscimento del poeta e di valorizzazione della sua opera. Non è poco, un buon segnale, un percorso da sostenere, qui dove, tranne l’effimero, tutto diviene oblio.

 

  1. Sovente, Cumae, ed. critica e commentata a cura di Giuseppe Andrea Liberti, Fonti e commenti Quodlibet 2019

 

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