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Astolfo tra razze e razzisti discutendo del libro di Don Ciotti

La microrecensione di Astolfosullaluna – Dicembre

Le razze non esistono, e allora:

a che razza appartengono i… razzisti?

Il libro di don Luigi Ciotti

Si, va bene, d’accordo, lettrice o lettore che, come me, di molto ti lagni. Siamo un Paese con enormi problemi. Siamo vecchi, cacciamo i giovani non appena hanno completato gli studi, anzi, più sono formati più li imbarchiamo su treni o aerei per quelle parti del mondo che li accolgono e ne valorizzano competenze e passioni, e… buonanotte, se qui si sono formati grazie a padri e madri, ora lasciati ad invecchiare. Lo dice l’annuale rapporto CENSIS di alcuni giorni fa: siamo smartphone dipendenti e non usciamo senza il carica batteria, insonni, rimbambiti da internet… I posti di lavoro recuperati nel 2018 non hanno prodotto crescita, tre milioni di occupati sono costretti al part time e, per fermarci e non piangere oltre, dall’inizio della recessione – il 2008 – le buste paga hanno perduto per strada oltre 1000 euro all’anno, mentre 2,9 milioni di lavoratori guadagnano (!) meno di 9 euro lordi all’ora! Che dire? Nulla… per non aprire lamentazioni sui Servizi pubblici non da Paese civile: Sanità, Scuola, Trasporti, e poi strade, montagne, ponti e infrastrutture degli anni del boom che vanno in pezzi con l’intero territorio nazionale, anche senza alluvioni e terremoti.

Questa è la nostra “allegria”, riassunta all’ingrosso da Astolfo. E non ci fa ridere. Anche perché in questa matassa di sofferenze economiche e arretratezze, l’impreparazione e l’incompetenza di molta classe dirigente e politica dopo la finta rivoluzione di Tangentopoli (1992 e dintorni), sono cresciute oltremisura, mentre si è radicato tra noi un sentimento di indifferenza, cattiveria, astio verso chi sta peggio di noi e fugge da dove è nato. Si chiama razzismo ed è più forte di quanto vediamo.  E’ il termine esatto di ciò che serpeggia tra molti, maledettamente disinformati, approssimativi nei giudizi, colpevolmente pronti a scaricare il proprio e diffuso malessere sui disperati che arrivano da altri mondi, dove la vita vale zero, ma anche dalle contraddizioni di questo stesso nostro. Intristiti da ciò che ci tocca, seguiamo demagoghi che confortano il nostro desiderio dell’uomo forte, come un secolo fa: la storia non esemplare di questo Paese non ha lasciato tracce E’ necessario ragionarci, caduta da anni la falsa certezza che, in quanto Italiani, siamo “brava gente”!

La storia del Razzismo è lunga, si fonde coi dissidi tra simili e vicini di ogni parte del mondo fin dall’Antichità, dalle origini della convivenza umana. Poco hanno potuto discorsi conciliativi e religiosi contro odi e discriminazioni, anzi, non di rado le varie concezioni di dio hanno scavato fossati altissimi tra gli uomini conviventi o confinanti, ponendo le premesse di guerre e conflitti permanenti inestirpabili. Le luci della ragione hanno faticato non poco a considerare gli uomini per quel che sono, uguali per Natura, diversi per lingue, costumi, gusti, idee. Proprio queste, le idee, hanno determinato convinzioni feroci su superiorità e/o inferiorità tra i gruppi umani; si è affermato quel misto di distanza e senso di superiorità, di diffidenza e poi odio verso chi appare diverso per caratteri somatici come il colore della pelle, cibi e consumi, modi di stare al mondo. E, ahimè, in ogni epoca Scienza e Filosofia non hanno mancato di fornire contributi ‘colti’ a tali aberrazioni. Lasciando stare l’Età Classica con i grandi pensatori che raramente discutono criticamente di differenze e schiavitù, e saltando pure le “teorie” di chi, al tempo delle conquiste coloniali, ritenne i nativi americani “omuncoli”, non uomini, accenniamo appena ai secoli moderni, quando con fatica spunta la prima, debole, luce d’intelletto, tra oscurantismi diversi. Il grande Linneo che fissa differenze biologiche a partire dal colorito epidermico (I ‘700), l’aristocratico Gobineau che teorizza un razzismo fondato sulla “naturale ineguaglianza delle razze umane” (I ‘800), l’inglese H.S.Chamberlain che distingue Ariani ed Ebrei, nel malaccorto tentativo di ricavare dagli studi di Darwin una chiara teoria del razzismo e fornisce – prima del nazista Rosenberg – le basi pseudoscientifiche al Nazismo che pianificherà lo sterminio… Si potrebbe continuare! Certo, altre voci si espressero diversamente tra ‘500 e ‘700, prima dei Lumi, il vescovo B.de Las Casas, il grande M.de Montaigne, primo, pare, a ritenere la diversità una ricchezza…  Il fatto è che tra Modernità e mondo Contemporaneo, ad inizi ‘900, il Razzismo diviene pseudoscienza, discorso aggressivo che spinge e giustifica le politiche colonialiste di ciò che conosciamo come Imperialismo. I grandi Paesi europei ne furono artefici e protagonisti, Italia non esclusa.

Ed oggi, si deve affermare che nel sentire comune di tanti sia ritornata la discriminante Superiore/Inferiore, con la molta miseria che la regge. Minoranze, si dice, ma estese per ceti e geografia. Carburante di questo enorme problema di convivenza è la natura stessa del nostro modello di sviluppo col suo sistema produttivo, il mito della crescita illimitata ma incapace di creare ricchezza. Come Astolfo rifletteva già prima, la crisi fa crescere l’odio per gli altri. Il lavoro è scarso, le precarietà prevalgono non più solo nella fabbrica ristrutturata dai processi tecnologici inarrestabili, ma dovunque, l’insicurezza è forte qui, mondo ricco inquinato ed inquinante, le disuguaglianze esplodono in dimensioni mai viste, con la ricchezza totale nelle mani di sempre meno famiglie. Di qui, razzismo, disprezzo, chiusure all’ascolto di altri poveri … le occasioni per l’odio non mancano. Mai, purtroppo.

Un utilissimo pro memoria su tutto questo e sulla realtà italiana, è il piccolo, tascabile, libro di Luigi Ciotti, il prete di mille battaglie contro le mafie che ammorbano il nostro Paese. E’ un testo breve, meno di 80 pagine: Lettera a un razzista del terzo millennio, così intitolato proprio perché si rivolge direttamente a chi oggi si sente tale. Mettendo il lettore distratto davanti all’indignazione di un giorno, i porti chiusi dal 2018 e i bambini morti, dichiara subito che …di fronte all’ingiustizia che monta intorno a noi non si può stare zitti. Poi gli riconosce: Hai certamente delle ragioni, lo guida tra i brutti dati della nostra economia, il disagio sociale che cresce, i guai del modello liberista, le sue ingiustizie, i suoi squilibri, le sofferenze che tocca con mano nelle miserie della strada.

Capitolo dopo capitolo, Ciotti si sofferma e discute con l’interlocutore razzista del Razzismo, di cui traccia il profilo di tabù ora crollato, le falsità che lo sorreggono, diffuse ad arte da una pessima stampa che alimenta la retorica cattivista, l’odio ad ogni costo per l’immigrato, arrivato anche in certa tv, negli stadi, senza freni. Sottolinea che avere un’immigrazione del 6,1% dei residenti (dati 2017, il libro è dell’inizio 2019), non significa essere stati invasi e che il concetto stesso di invasione è il primo luogo comune che alimenta il razzismo: …uno straniero ogni 15 cittadini e… gli irregolari…meno di uno ogni 150 cittadini. Dati, dati, ancora dati ISTAT presenta, non fa prediche edificanti che il tono profetico gli consentirebbe di sicuro. Discute del contributo che danno al nostro Pil quelli che arrivano da Paesi disfatti anche, meglio soprattutto, dalle politiche occidentali di oggi e del passato coloniale. Va oltre, spiega con la pacatezza della ragione la balla dello slogan <Prima gli Italiani>, con le falsità che lo nutrono. A partire dai fondi spesi dallo Stato, l’azione a volte meritoria, a volte no, delle associazioni che se ne occupano, al fatto che i provvedimenti restrittivi, le espulsioni, i gesti di peggior razzismo, non riguardano i migranti in quanto tali ma i migranti poveri. La paura di tutte le diversità, la necessità storica, dice, di diventare una società aperta, giusta… anziché chiusa… dominata da aggressività e fantasmi! Invoca la necessità di lavorare a costruire le condizioni per attrezzarci per la svolta epocale in cui siamo. Chiaro come il sole, ma non facile. Conservare memoria di quando gli emigrati erano gli Italiani, fin dall’Unità, in Europa poi oltre Atlantico, soprattutto dopo il 1887, a seguito della crisi agricola e i dazi distruttori di un’economia da noi ancora precapitalistica. Abbattere, dice, i molti muri eretti qua e là nel mondo, contro ogni logica e senso dell’umano; rendersi conto davvero che l’altro slogan <Aiutiamoli a casa loro> nient’ altro è che il vecchio, pilatesco lavarsi le mani per non guardare una realtà mondiale in cui povertà, guerre, desertificazione la fanno da padroni. Tale slogan svela l’ipocrisia di vaghe promesse di possibili risolutivi interventi in sostegno dei Paesi svantaggiati, non certo possibilità concrete di aiuti: Europa, Usa, Russia, Cina, Arabia Saudita e Paesi ricchi fanno affari vendendo le armi che alimentano le guerre! Che aiuto dai se non cambi il sistema dei rapporti coi Paesi poveri?

Negli ultimi capitoli Luigi Ciotti affronta la sciocchezza dell’uomo solo al comando e della speranza, riporta le parole dei bambini di una scuola torinese dove è stato invitato a parlare. Si sofferma sul conformismo dilagante, che invoca la soluzione facile facile di … azzerare la democrazia, o di sconvolgerne le regole, come fu nel ’22 dello scorso secolo, cancellando settantacinque anni di dialettica parlamentare, con ombre, luci, compromessi, realismi discutibili e meno. Qui l’uomo di Chiesa – ma all’irreligioso Astolfo piace vederlo per quel che egli è, uomo del Vangelo -, non ha mezze parole contro populismo, nazionalismo, l’idea equivoca di sovranità, diverse e nuove vesti di un fascismo mascherato che si nutre di rancore e semina illusioni. E contro il quale la speranza deve essere l’arma, cristiana e laica. Il libro si chiude con le parole semplici di una bambina, Ginevra, dieci anni, che riportano i temi esplorati da don Ciotti all’origine:

Le differenze che qualcuno chiama razze non esistono, perché in qualsiasi religione uno creda è nato comunque sul pianeta Terra, quindi siamo tutti parenti, lontani ma parenti. Nessuno può insultare un suo parente, quindi, in quale Paese si nasce non è importante, perché noi siamo la razza umana.

Luigi Ciotti, Lettera a un razzista del terzo millennio, edizioni Gruppo Abele 2019

[email protected]

 (Chiarimenti, approfondimenti, pareri, lettrici e lettori sono invitati a chiedere scrivendo all’indirizzo mail indicato)

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