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Io sono qui: “Raggiungere l’estremo oriente per comprendere se stessi”. Recensione di Assunta Esposito

Io sono qui: ‘Raggiungere l’estremo oriente per comprendere se stessi’.

Il film “Io sono qui” di Eric Lartigau, una storia consueta in un sistema globalizzato per scoprire il tempo di notare gesti e situazioni antiche.

Il protagonista, un ristoratore dei paesi baschi, interpretato da Alain Chabat, già noto al pubblico per Asterix et Obelix: missione Cleopatra, è un uomo di una certa età completamente assorbito dal fenomeno dei social che si lascia affascinare da una meravigliosa Bae Doona, famosissima fotografa di Seul, e decide di incontrarla per andare a vedere con lei “fiorire i ciliegi” a Seul. Siamo così catapultati nella grande metropoli di Seul dove , un europeo spaesato in una città tutta costruita in verticalità si contaminerà con la brulicante vita ancora tradizionale delle sue strade.

Il film ci parla di comunicazione virtuale ma anche emotiva. Il montaggio ben curato, ci contrappone continuamente le schermate del social di Instagram, con le immagini dei cittadini coreani che non lasciandosi annientare dalla grandiosità dei grattacieli, ancora riescono a conservare i loro gesti di gratitudine.

Per Eric Latigau, l’uomo europeo dimentico di tutto ciò, ha bisogno di cercarlo altrove. Un altrove lontano migliaia di Km da casa, attraverso i cd. “non luoghi”, quasi come se il suo cuore e la sua anima ne abbia bisogno per ritrovare se stesso.

Un altrove dove la comunicazione attraversa la mente attraverso i gesti della cucina e del cibo. Un altrove per comprendere che il mondo virtuale ha regole che sfuggono al nostro controllo comune.

Assunta Esposito

 

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