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Le dieci righe di Astolfo. Microrecensione de “I leoni di Sicilia”

Da questo mese la microrecensione di Astolfo si accorcia per velocità e…snellezza di lettura. Chi interessato alla recensione completa potrà accedere alla Pagina di Astolfosullaluna appena attivato il collegamento.

 

Dieci righe di Astolfosullaluna – Aprile

 

Tanti…Leoni, se lo zoo è il Sud italiano!

Il libro di Stefania Auci

 

 

I leoni di Sicilia è uscito nella primavera del ’19 ed un libro di successo, due anni dopo è ancora tra i primi dieci libri più venduti. Perché? Forse c’è bisogno di storie che facciano da ponte tra l’oggi oscuro e il tempo alle spalle, quello in cui volontà, fortuna generale non in conflitto con la salute e le contingenze della cronaca rendevano possibili ascese, trasformazione e maturazione di destini individuali e familiari. E spettatrice, ora invidiosa, ora indifferente, era una società povera, non pochi immeritatamente primi.

I Florio sono stati imprenditori prestigiosi cooptati nell’agone politico per meriti non dissimili da quelli di tanti altri “capitalisti artigianali” – così li definiva R. Romeo, conservatore intelligente – tra Otto e Novecento, nell’Italia liberale arretrata. Altri loro epigoni, poi, col fascismo e nel dopoguerra, tutti Liberali e democratici cristiani. Come “naturale” che fosse.

Partiti per l’ambizione di Paolo Florio dalla povertà di Bagnara Calabra a fine ‘700 per Palermo, costruiscono un’impresa che somiglia ad un impero. Spezie e seta, poi la preziosissima cortice e lo zolfo, il ‘salto’ nella rivoluzione del tonno in scatola, la sabbia delle cave… tanti passi verso una ricchezza conquistata palmo a palmo, con distanza sospettosa dal potere in trasformazione, tra le mancate rivoluzioni dei giacobini, il decennio murattiano, i Borbone ritornati dopo l’815, il ’48 di speranze e illusioni, l’Unità di un Paese che restava immutato, ma segnato fino a noi da divisioni incolmate. Storia di sacrificio e dolore, spregiudicatezza e intelligenza. E l’acume di capire il tempo che viene, le novità industriali, proprio quello aveva teorizzato Cavour. Conflitti inter familiari e le donne nel vortice di privazioni affettive, nel ruolo classico di domestiche divinità senza scettro, segnate da fantasmi d’amore solidi come le nubi di marzo. Giuseppina, moglie amata oscuramente e matriarca convivente con l’amore impossibile per il cognato Ignazio; Giulia, milanese “comprata” da Vincenzo, il demiurgo del successo economico dei Florio, amante/mantenuta fino al tardo matrimonio riparatore dopo due figli. Una storia di sangue, di etica del lavoro che imbestia e fa morire, di quelle buone per la già prevista sceneggiatura di fiction per le televisioni di mezza Europa. C’è in questo romanzo di Stefania Auci una filiazione riconoscibile dalla grande tradizione narrativa siciliana e meridionale? Non lo si può negare, se si intende, beninteso, un legame per dir così fisiologico con gli scrittori che raccontarono solitudini di singoli e scacchi di ceti e classi, di culture e tradizioni, arcaiche e fuori del tempo ma radicate nel sangue e nel linguaggio delle aree forzatamente sottomesse al violento progetto di Unificazione. Fortune e tragedie dei protagonisti si proiettano in filigrana sulle pagine di De Roberto più che in quelle di Verga. Qui, nell’autore del Mastro, c’è tutt’intero il disincanto dell’impossibile ascesa sociale e ‘sentimentale’ di chi si fa Signore senza alcun titolo, nei Viceré lo svuotamento di senso della storia stessa e delle sue bandiere sbiadite in vicende gattopardesche. Il romanzo della Auci, ben scritto, scorrevolissimo nella sua scansione cronologica,  sfiora la storia, la osserva diligentemente, ma resta rintanato in quell’alone di Saga, come ricorda il sottotitolo. Leggere per credere, o no, naturalmente.

 

Stefania Auci, I leoni di Sicilia, LA SAGA DEI FLORIO, Editrice NORD 2019

 

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