La sera dell’11 febbraio 1963 il mare del Golfo di Napoli cambiò volto. Il cielo si chiuse all’improvviso, la pioggia cominciò a cadere fitta, il vento si fece tagliente. In poche ore una violenta mareggiata investì le coste flegree e napoletane, rendendo il mare impraticabile e trasformando ogni tratto d’acqua in una trappola mortale. Nello spazio d’acqua di Coroglio, là dove il golfo sembra placido anche d’inverno, si consumò l’episodio più drammatico di quella notte. In rada a Bagnoli, in attesa di imbarcare un carico di materiale ferroso dallo stabilimento Italsider, si trovava il motoveliero Giunchiglia, una imbarcazione di novecento tonnellate, iscritta al compartimento marittimo di Napoli. A bordo c’erano uomini di mare, abituati alle difficoltà e ai rischi, ma consapevoli che la prudenza è la prima regola per chi vive tra le onde. Quando i segni del maltempo divennero inequivocabili, il comandante della nave, Gennaro Lubrano, trentanove anni, di Monte di Procida, prese una decisione rapida e responsabile: spostare la Giunchiglia in un luogo più sicuro. La scelta cadde sul porticciolo di Nisida, un riparo naturale che potesse offrire protezione dalla furia del mare. Il trasferimento avvenne con successo. La nave fu messa in sicurezza, ma nella concitazione dell’ormeggio alcuni cavi erano rimasti presso il precedente punto di ancoraggio, lasciati indietro nella fretta di salvare l’imbarcazione e l’equipaggio.
Per chi guarda il mare da terra, un cavo può sembrare un dettaglio. Per un comandante no. Un cavo è sicurezza, stabilità, garanzia che una nave resti ferma quando il vento cresce ancora. Lasciarli significava esporre l’imbarcazione e gli uomini rimasti a bordo ad un pericolo più grande nelle ore successive. Per questo il comandante Lubrano decise di tornare indietro. La nave era salva. Gli uomini erano al sicuro. Il dovere, in apparenza, era stato assolto. Eppure per il comandante Gennaro Lubrano mancava qualcosa. Lasciare i cavi non era un’opzione accettabile. Non per orgoglio, non per sfida, ma per responsabilità. In mare, la prudenza non è fermarsi prima: è fare ciò che serve perché la sicurezza sia completa. Non mandò solo gli altri. Andò anche lui. E con lui salirono sulla scialuppa due uomini dell’equipaggio: il cinquantenne Vincenzo Schiano di Cola, marinaio esperto, anche lui di Monte di Procida, e il diciassettenne Giovanni Di Nardi, poco più che un ragazzo, già parte di quel mondo antico in cui si impara presto a obbedire e a fidarsi.
Col senno di poi, qualcuno potrà dire che fu una scelta sbagliata. Ma il senno di poi non appartiene al mare. La scialuppa lasciò la protezione di Nisida e tornò verso Coroglio. Il mare era ormai in piena furia. Onde alte, vento teso, acqua gelida che toglieva il respiro. All’improvviso, una serie di marosi investì l’imbarcazione. In pochi istanti la scialuppa si capovolse. I tre uomini finirono in mare, tra schiuma, buio e acqua gelida. Lottarono contro le onde, contro il freddo, contro la paura. Il comandante Lubrano ed il giovane Di Nardi riuscirono, con uno sforzo estremo, a raggiungere la riva a nuoto. Stremati, intirizziti, furono soccorsi e trasportati in ospedale in stato di assideramento. Si salvarono per pochi minuti, forse per pochi metri.
Per Vincenzo Schiano di Cola non ci fu la stessa sorte. Travolto dai marosi, scomparve sotto le onde. Fu atteso invano sulla spiaggia. Il mare, quella notte, non lo restituì. Vincenzo Schiano di Cola era un marinaio di Monte di Procida, figlio di una terra che ha sempre vissuto guardando l’orizzonte. Come tanti marinai montesi, aveva costruito la propria esistenza sul lavoro, sul sacrificio, sulla responsabilità verso la nave e l’equipaggio.
Morì compiendo il suo dovere, non per imprudenza, non per sfida, ma per proteggere ciò che gli era stato affidato.
Morì perché il mare, quella notte, chiese un tributo che nessuno avrebbe voluto pagare.
Riposa in pace Vincenzo.
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