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Monte di Procida dialetto e curiosità: sbregghie, trozzole, zaffaraca e cufenature

C’era un tempo, non troppo lontano, in cui il materasso era semplicemente un grosso sacco di tela a strisce detto appunto saccone, che veniva imbottito di “sbregghie“, cioè le foglie di pannocchie di granoturco o con la paglia o altro tipo di foglie o fibre vegetali.

Questi materassi avevano il vantaggio di essere molto freschi d’estate anche se presentavano lo svantaggio di produrre un fragoroso rumore non appena ti rigiravi un po’ nel letto e soprattutto durante la notte non era proprio l’ideale.

In inverno, invece, questo tipo di materasso non garantiva il calore necessario per cui si utilizzavano i materassi imbottiti di lana grezza di pecora; ogni letto che si rispettava aveva 2 materassi: d’inverno quello di fibre vegetali stava sotto e quello di lana sopra e viceversa d’estate. Per questo motivo i vecchi letti dei nostri nonni e bisnonni erano altissimi e da bambini era difficile salirci sopra.

Generalmente, d’estate, occorreva però ridare vita a questi materassi che nel tempo si comprimevano, si appiattivano perdendo la morbidezza e diventando duri.

Le nostre nonne, quindi, li scucivano, li svuotavano e li re-imbottivano con nuovi materiali. Mentre le fibre vegetali venivano gettate e rimpiazzate con quelle fresche, la lana non si poteva certo buttare, costava tanto, soprattutto quella di Tunisi e quindi si seguiva un procedimento di manutenzione molto accurato “l’arrefrisco ra lana” che molte donne facevano ogni anno, nei mesi di luglio o agosto, subito prima o poco dopo “re buttegghie re pummaròle” e comunque “primma ra maronna” cioè prima del 15 agosto.

La lana estratta dal materasso era generalmente grigia e bianca con qualche raro ciuffetto nero e si presentava compattata in tante piccole e grandi “tròzzole” cioè grumi.

Le nonne, dopo averla battuta un po’ per rimuoverne le impurità, la “‘ncufanavano” cioè la mettevano nel “cufenaturo“, un contenitore svasato di terra cotta o di metallo nei tempi più recenti, e vi versavano sopra acqua bollente per ammorbidirla e per eliminare gli eventuali parassiti annidati nella lana.

Veniva poi eseguita una vigorosa strizzatura della lana che in seguito era esposta al sole ad asciugare per almeno un paio di giorni.

Dopo l’asciugatura la lana si doveva cardare “cardà” o “allazzà” cioè allargare, stendere prendendone un ciuffo e tirandolo da una parte e dall’altra facendo ritornare la lana morbida e vaporosa.

Mentre le operazioni di estrazione, lavatura ed asciugatura della lana erano più o meno alla portata di tutti, per ridare forma al materasso e ricucirlo nel modo corretto serviva una persona esperta: “‘a materazzara” la quale per fissare i punti si serviva di uno specifico attrezzo detto “‘a zaffaraca“.

‘A zaffaraca è un termine dialettale che deriva dal greco “sakkorapha” e cioè grosso ago da sacchi, infatti in italiano è comunemente detto ago saccurale.

Consiste in una grossa asticciola d’acciaio appuntita ad un’estremità e munita di una cruna dall’altra parte attraverso la quale si facevano passare “re fettucce” cioè i nastrini per impunturare i materassi imbottiti di lana.

Era compito della materazzara rinfilare i fiocchetti e ricucire il bordo del materasso con l’utilizzo sapiente della zaffaraca. A lavoro ultimato i materassi riacquistavano il volume, la morbidezza originaria ed anche un profumo di pulito con fragranze floreali.

Poi, a partire dagli anni ’70, anche da noi, si diffusero in modo capillare i permaflex: i materassi a molle che portarono via tutto questo mondo di tradizioni, mestieri e saperi tramandati da generazione in generazione.

…with <3
— Pasquale Mancino

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