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Storia di Monte di Procida: l’influenza dei pescatori pugliesi sul nostro dialetto. La Gaetana, la Corricella.

La crescita demografica dei decenni centrali del 1700 provocò, nel Regno di Napoli, un incremento della domanda di pesce fresco, allora considerato il cibo dei poveri.

Purtroppo nel regno napoletano le strutture della produzione si presentavano inadeguate ed inoltre i privilegi feudali che ancora gravavano sulla pesca non ne permettevano uno sviluppo adeguato.

Tra il 1806 ed il 1808, nel regno di Napoli, furono emanati una serie di provvedimenti legislativi cosiddetti: “leggi eversive della feudalità” che di fatto abolivano tutti i privilegi feudali, compreso quelli relativi alla pesca, e da quel momento si ebbe un incremento in tutti i settori produttivi.

Lungo tutta la costa campana la pesca è sempre stata fiorente e già nel corso del 1700, in tutto il golfo di Napoli, erano state impiantate le tonnare per la cattura dei tonni.

Il sistema della “tonnara alla napoletana” era diverso da quello della “tonnara alla siciliana” che era tutta calata in mare: difatti nel territorio campano era stato concesso ai feudatari un tratto di mare con reti fisse ed un tratto di spiaggia per porvi i locali necessari alla conservazione degli attrezzi ed alla lavorazione del pescato. Sul tratto di spiaggia era posto il “piede” della tonnara, cioè l’appoggio delle reti.

Il golfo di Napoli e le sue isole si trovano ai bordi delle grandi fosse del Tirreno, sulla rotta che i branchi dei grandi pelagici percorrevano provenienti dal centro di riproduzione del basso Tirreno. Un nutrito sistema di tonnare era qui in attesa delle prede, a partire dalla primavera.

Sull’isola di Procida vi era un’importantissima tonnara, rimasta attiva fino agli anni 40 del 1900 ed era ubicata a nord ovest dell’isola nella zona di Ciraccio, fra Capo Bove e l’isolotto di Vivara.

Una tonnara era attiva anche sul nostro isolotto di San Martino e prendeva il nome di tonnara di San Martinello (o San Martiniello). Il piede era posto proprio sull’isolotto ed aveva una coda lunga circa 1 miglio. Il pedaggio di affitto della tonnara di S.Martiniello, agli inizi del 1800, era di 180 ducati e l’affittuario era un calabrese di nome Luca Pesce (…il destino nel cognome!).

La pesca era dunque, per i nostri antenati, un’attività molto praticata e redditizia tra il 1700 ed il 1800; offriva lavoro a tanti procidani ed anche ai “forestieri”, in gran parte siciliani e calabresi che portavano la loro maggiore esperienza nell’ambito della pesca del tonno e della loro lavorazione e conservazione. Erano soprattutto lavoratori stagionali, così come lo era la pesca al tonno e pochi di loro si fermarono stabilmente sull’isola e di conseguenza la loro influenza linguistica è stata abbastanza trascurabile.

Quella che invece ha influenzato maggiormente il dialetto procidano, intaccando l’uso delle vocali e degli accenti è stata la presenza dei pescatori pugliesi ufficialmente documentata a partire dagli anni 40 del 1800.

Per capire cosa ci facevano i pugliesi, soprattutto quelli di Molfetta e di Trani sull’isola di Procida occorre passare per Gaeta, dove, nel corso del 1700, fu inventato un nuovo tipo di pesca denominato appunto “pesca alla gaetana” (pesca a strascico) che determinò una svolta radicale nei metodi di pesca e nello sfruttamento più accentuato delle risorse ittiche.

Nella pesca “alla gaetana” una coppia di barche dette bilancelle o paranzelli, armate a vela latina, pescano trascinando una rete armata di piombi per tenerla sul fondo; a turno poi questa viene issata su una delle due imbarcazioni per la cernita del pesce.

Una tecnica relativamente semplice, ma che ripropone il rapporto uomo-natura in termini profondamente diversi da quelli della pesca tradizionale praticata a Napoli e Taranto. Alla caccia al singolo animale ο all’attesa che gli elementi naturali portino la preda nelle reti, si sostituisce l’intervento prepotente dell’uomo, che forza la natura mettendo presuntuosamente mano ai suoi meccanismi.

Il nuovo tipo di pesca trovò la forte opposizione dei pescatori puteolani e soprattutto di quelli napoletani che consideravano devastatori e non pescatori quelli che la praticavano.
I napoletani, forti del loro numero e della loro influenza sul governo borbonico, riuscirono ad ottenere, nel 1784, una severa normativa che limitava il periodo di pesca a strascico tra il 4 novembre ed il successivo sabato santo, con limiti oltre le 3 miglia dalla costa e con dimensioni minime delle maglie delle reti pari ad una moneta da due carlini (26mm), in modo da non catturare i pesci più piccoli.

La “gaetana” continuò invece ad essere esercitata e sempre più sviluppata sulle coste del basso Adriatico, nella cosiddetta Terra di Bari. Qui, i pescatori locali erano riusciti a far ritenere le limitazioni della legge valide solo per il Tirreno, così la pesca a strascico non ebbe limiti in Adriatico dove si poteva pescare tutto l’anno ed anche con reti a maglie molto strette. Lo sviluppo della pesca alla gaetana risultò, quindi, fortemente limitato proprio nelle zone dove era stata inventata.

Ben presto, i pescatori pugliesi, cominciarono a riversarsi anche sul basso Tirreno ed in seguito anche sulle coste campane, dove d’inverno potevano operare al riparo dei venti settentrionali e dove incontrarono la forte richiesta del mercato napoletano lasciato a secco proprio per le limitazioni legislative imposte sulla pesca locale.

Attratti dai lauti guadagni, a partire dai primi decenni del 1800, nei mari campani arrivarono, in numero sempre crescente, le paranze da pesca provenienti soprattutto da Molfetta, Trani e da Barletta. Da documenti ufficiali si evince che l’approdo più frequente di molte di queste barche era il porticciolo della Corricella sull’isola di Procida dove i pescatori pugliesi, soprattutto molfettesi, stanziavano tutto l’anno.

La presenza pugliese nei nostri mari e sull’isola di Procida è ampiamente documentata dai numerosi sequestri di attrezzi ed imbarcazioni effettuati dal sottintendente di Pozzuoli, a cavallo degli anni 40 del 1800, ai danni dei pescatori pugliesi che si ostinavano a non rispettare i limiti imposti dalla legge. Il Sindaco di Procida, nel 1842, ritirò tutti i ruoli di equipaggio, nonché i fogli di ricognizione dei marinari giunti sull’isola il 27 ottobre con circa 30 paranze da pesca dai comuni di Molfetta e di Trani, allo scopo di far rispettare la legge per la quale non potevano partire prima del giorno 4 novembre (giorno di apertura della pesca a strascico). Altri documenti riportano naufragi di barche da pesca pugliesi avvenuti in quegli anni nelle nostre acque.

Le bilancelle molfettesi e tranesi presenti a Procida imbarcavano in genere fino a 10 marinari/pescatori e spesso offrivano lavoro anche ai procidani, come pure è accertata la presenza di manodopera molfettese a bordo delle bilancelle procidane. L’isola offriva ai pescatori pugliesi il luogo ideale per l’avvio delle battute di pesca, la serenità di essere abbastanza lontani dagli agguerriti rivali napoletani ed anche esperti calafati ed ottimi cantieri navali e quindi all’occorrenza facili lavori di manutenzione e riparazione. I pescatori procidani e pugliesi trascorrevano insieme buona parte del loro tempo a bordo delle barche da pesca e si venne presto a creare un’integrazione sempre più forte ed i pugliesi, a Procida, vi portarono anche le proprie famiglie.

È chiaro che a questo punto, la contaminazione linguistica andò oltre il rapporto professionale tra i soli uomini, e si sviluppò anche nelle inevitabili relazioni tra donne procidane e pugliesi e pure tra i bambini. Fu così che il dialetto procidano incominciò a prendere la “eattica, tipica del dialetto pugliese, al posto della “adorica e “ ‘a mano” divenne ben presto “ ‘a mèna” così come “ho fatto” divenne “ho fètto”.

Il dialetto tipico procidano è ricco di sonorità, accenti e termini molto caratteristici; a parte la “è” al posto della “a” si differenzia per la tendenza ad usare la “R” al posto della “D”, la “V” al posto della “B” e della “G”, la doppia “DD” al posto della doppia “LL”, “Ghi” in luogo di “Gli”, etc. Eccone qualche esempio:

Dente –> Rente (o Riente)
Dieci — Rieci
Barca –> Varca
Botte –> Votta
Gonna –> Vonna
Gozzo –> Vuzzo
Aniello –> Anieddo
Stella –> Stedda
Figlio –> Figghio
Tagliata –> Tagghiata

Come già accennato, la contaminazione linguistica pugliese influenzò principalmente i pescatori ed i marinai isolani che, per motivi di lavoro, vivevano a più stretto contatto con essi. E pescatori e marinai erano, in prevalenza, anche i procidani curriceddìse che, a partire dagli inizi della seconda metà del 1800, si trasferirono sul Monte, nella zona bassa di Casevecchie, dove diedero vita ad un borgo marinaro tipico procidano, con casette colorate, per poter essere riconosciute anche da lontano, addossate l’una all’altra e con la presenza del vèfio, il caratteristico parapetto in muratura, coperto da una volta ad arco. Volutamente denominarono questo quartiere “Corricella” proprio in omaggio alla loro provenienza e forse per sentirsi ancora più vicini alla loro straordinaria isola che avevano lasciato. E con essi, oltre all’architettura, portarono anche le tradizioni, la cultura e soprattutto il dialetto procidano, fresco di contaminazione pugliese.

Sono cresciuto alla Corricella montese e fin da piccolo ho appreso il dialetto dai miei nonni e bisnonni e dalle persone del posto. L’uso di termini dialettali cosiddetti “stretti” era molto diffuso, anzi si può dire che era la regola e non l’eccezione. Però, quando ho iniziato la scuola elementare, negli anni ’70, venivo pesantemente rimproverato se mi scappava di dire “chèpa” al posto di testa; mi dicevano: “parla pulito o ti taglio la lingua!”.
Ma nessuno aveva troppo da ridire se invece dicevo “capa”.
Perché quei termini con la “è” al posto della “a” erano considerati “sporchi”?
Forse perché contaminati da un dialetto “frastiero” o perché quel dialetto era tipico delle classi sociali più povere come appunto erano i pescatori dell’epoca?

Ma il motivo principale di questa avversità contro quegli “sporchi” termini dialettali credo di averla capita solo qualche anno più tardi. Essa derivava soprattutto dalle continue derisioni e sfottò a cui erano sottoposti i montesi di Casevecchie/Corricella che parlavano il dialetto “stretto” quando si allontanavano, e neanche di molto, dal loro quartiere; bastava solo recarsi in piazza XXVII gennaio, dove si parlava un dialetto più evoluto e quindi più pulito, ed al primo vocabolo stretto già partivano gli sfottò con l’immancabile invito:

…tornetenne ‘ncoppe re chès!
(tornatene a Casevecchie!) detto in modo ironico ma anche un po’ dispregiativo.

Il peggio però avveniva a Napoli; in città proprio non tolleravano la “è” in luogo della “a”, la vivevano forse come un’offesa al dialetto napoletano, considerato puro e sacro, o forse era dovuto a quell’antico rancore che i napoletani provavano verso gli acerrimi rivali pescatori pugliesi.

Si racconta che negli anni ’50 del 1900 due signore montesi di Casevecchie si recarono al Carmine di Napoli per far compere di stoffe e tessuti e siccome parlavano il dialetto montese stretto, il commesso del negozio, a tratti, faceva fatica a capirle ed allora chiese:

Vussignurì, scusate, ma da dò venite?
E le nostre compaesane, orgogliosamente, risposero in coro:
Ra coppo ‘u Monte”.
Ed il commesso, tipico napoletano burlone, a mo’ di domanda, sentenziò:
Ma da coppa a tutto?!

Oggi, a Monte di Procida quel dialetto stretto è prerogativa solo di alcuni anziani e pochi altri, l’uso della “è” pugliese è quasi del tutto scomparso ed è sempre più raro udire quei termini dialettali con forti e marcati accenti e quei particolari suoni vocalici, sporchi o puliti che siano, ma che ci hanno sempre contraddistinto, perché il dialetto è il documento verbale, la testimonianza della nostra storia, delle nostre radici, della nostra cultura e tradizione.

Il dialetto rappresenta il carattere, il DNA di un popolo e la sua terra ed è una grande eredità che la storia ci ha lasciato; è nostro dovere conservare questo prezioso patrimonio e tramandarlo alle future generazioni.

made with <3
— Pasquale Mancino

 

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