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Dialetto montese e curiosità: ‘a pìrchiàmma, ‘a galletta e ‘u cacasicco. Il più grande tirchio della storia montese

L’avarizia è la scarsa disponibilità a spendere e a donare ciò che si possiede; l’avaro è colui che pur di non dare, nega di avere. L’avarizia è uno dei sette peccati capitali, Dante Alighieri, nella sua divina commedia, posiziona gli avari, insieme ai prodighi, nella quinta cornice del purgatorio, perché colpevoli di eccessivo attaccamento ai beni terreni.

Nel dialetto nostrano l’avarizia è detta: ‘a pìrchiàmma (oppure ‘a pìrchiarìa) e l’avaro è detto principalmente pìrchio. Ma i termini coniati per apostrofare l’avarizia ed i taccagni sono veramente tanti, segno che erano presi particolarmente di mira.

Di seguito alcuni dei termini dialettali più utilizzati e più simpatici per indicare un avaro:

– pìrchio;
– tirèto;
– scuòrzo;
– perecchiùso;
– carucchiàro;
– secaturnèse;
– rosecachiuòvo;
– cacasicco.

pìrchio: secondo alcuni studiosi questo termine deriva dal geco thèriakós (ferino, cioè che protegge il suo); secondo altri sarebbe il maschile del termine latino percula (che inganna, vale a dire che è ricco ma finge di essere povero).

tirèto: rattratto, cioè l’avaro con un braccio rattratto tanto da non poter dare. Dal latino trahere cioè tirare.

scuòrzo: di buccia dura; deriva dal sostantivo scorza a sua volta dal latino cortex/corticis.

perecchiùso: pidocchioso; dal latino pediculus. Il pidocchio è un insetto che striscia alla ricerca di cibo rappresentato dalle squame epiteliali; tal è il modo di fare dell’avaro avvezzo ad un comportamento quasi elemosinante pur di non cedere il proprio.

carucchiàro: carocchia; deriva dal latino arius/ara e cioè il nocchino, un piccolo colpo secco, ma doloroso, assestato al capo e portato con movimento veloce dall’alto verso il basso con le nocche maggiori delle dita della mano chiusa a pugno. Si dice che gli avari fanno le proprie fortune mettendo da parte soldo a soldo quasi a piccoli colpetti consecutivi quali sono le carocchie.

secaturnèse: sega tornese; lo spilorcio non vuole spendere niente, neppure un intero tornese, moneta che già di per sé non valeva tanto e preferisce quasi frantumarlo per spenderlo a piccoli pezzi, oppure l’avaro avvezzo a limare le monete auree o argentee per ricavarne un sia pure esiguo tornaconto; parola formata con l’addizione di seca voce del verbo secà = segare, dal latino secare e del sostantivo turnese (tornese) quest’ultima dal latino turonensem (di Tours, in quanto i primi tornesi furono battuti proprio in quella città francese).

rosecachiuòve: rosicchia chiodi; così avaro che per non spendere del suo per nutrirsi si adatta a rosicchiare i chiodi alla ricerca di una inesistente polpa. Parola formata addizionando roseca, voce verbale di rusecà dal verbo rosicare e dal latino rodere, con il sostantivo chiuove = chiodi.

cacasicco: chi evacua poco; qui il termine sicco, di per sé secco, sta appunto per poco; il cacasicco è quel sordido avaraccio che, per non cedere nulla di ciò che ha, lesina persino sulle quantità del materiale evacuativo.

Molti sono anche i detti ed i proverbi, vere perle di saggezza popolare, che prendono di mira gli avari, eccone alcuni:

U pìrchio è comm ‘u puòrco, è buon sulo roppo muòrto.
L’avaro è come il maiale, è buono solo dopo la morte.
Le persone avare saranno ben considerate solo dopo la loro morte, quando gli eredi godranno delle loro ricchezze.

R”a casa soja ajèsceno ‘i ghjàtte cu ‘i làcreme all’uòcchie.
Da casa sua escono i gatti con le lacrime agli occhi.
E’ chiaro che le lacrime dei gatti sono dovute alla eccessiva fame patita nella casa di un padrone avaro che non spende per sé, figuriamoci per gli animali domestici.

‘U taùto nun tene sàcche.
La cassa da morto non ha tasche.
Ricchezze, denaro ed affini sono beni materiali di questa vita terrena che non si possono portare nell’aldilà.

E’ n’uosso ca’ nun fa bròro.
E’ un osso che non fa brodo.
Si dice che l’avaro, geloso dei propri averi, è un osso che non cede neanche un po’ del suo sapore al brodo.

È ‘nu scuògghjo ca nun porta patè.
E’ uno scoglio che non porta patelle.
In questo caso l’avaro viene paragonato ad uno scoglio sul quale non si attaccano neanche le patelle, il che significa che è avaro perché non da la possibilità alle stesse di vivere attaccate a lui.

‘U pìrchio è comme ‘u ciuccio, porta ‘u vino e beve ll’acqua.
L’avaro è come l’asino, trasporta il vino ma beve l’acqua.
Come l’asino (più che altro costretto) anche il tirchio si ammazza di lavoro per accumulare beni, ma poi non li consuma.

A ‘u puvuriello manca ‘u pane e a ‘u pìrchio manca tutto.
Al povero manca il pane ed al tirchio manca tutto.
L’avaro non è umile mentre “dint’‘a casa d’‘e pezziènte nun mancano maje tòzzole” …nella casa degli umili non manca mai ospitalità.

I rènare r”u carucchiàro s”e fòtte ‘u sciàmpagnòne.
I soldi dell’avaro se li gode lo scialacquatore.
L’avaro è destinato a morire senza mai godersi le sue ricchezze, ci penserà poi, qualche parente spendaccione.

Tene na’ bona mana a ffà zéppole.
Ha una buona mano a fare zeppole.
Si dice con ironia di chi è del tutto incapace di generosità, di chi è irrimediabilmente avaro.

Ma chi è, o chi è stato, il montese più tirchio, il più “cacasicco” di tutti i tempi?

A questa domanda, la maggior parte dei compaesani anziani da me interrogati non ha avuto esitazione, il che è veramente raro; mi capita spesso di fare la stessa precisa domanda a varie persone ed ottenere risposte molto differenti per cui a volte è veramente difficile ricostruire con esattezza un determinato fatto.

Ma qui, quasi tutti sono stati concordi ed hanno fatto lo stesso nome, anzi lo stesso soprannome.

Ovviamente non posso scriverlo, non sarebbe corretto, anche perché si tratta di una persona deceduta già da diversi anni e non avrebbe neanche modo di difendersi. Vi posso dire, però, che si tratta di un armatore montese abbastanza conosciuto a Monte di Procida, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra.

Questo compaesano era considerato tirèto, in particolar modo dai montesi imbarcati sulle sue navi; si racconta che sulle tavole di queste imbarcazioni si mangiava sempre e solo fagioli o qualche altro tipo di legume scadente. Mai, ad esempio un pezzo di carne, neppure di taglio scarso. Niente!

Si narra che un giorno, mentre si recava a bordo della sua imbarcazione attraccata al pontile di Bagnoli, alcuni portuali, annusando sempre il solito odore di fagioli, commentarono:

Ma che razza di armatore tratta così i suoi uomini di bordo? Possibile che li faccia mangiare sempre le stesse cose?“.

Questa scena si ripeté in altri giorni, finché una mattina, quest’armatore montese, preso da un improvviso scatto di orgoglio o chissà cosa, salì a bordo e disse al cuoco, ad alta voce, in modo da farsi sentire da tutti:

“Allìsta ‘a cucina, jè vàco add’ù chiànchièr” …(prepara la cucina, io vado dal macellaio).

Il cuoco e tutto l’equipaggio pensarono: “E’ asciuto pazzo ‘u padrone!” (È impazzito il padrone!) che è il tipico detto che si dice quando, specie se avaro, un padrone diventa, improvvisamente ed esageratamente, generoso.

Tornò a bordo, poco più tardi, con una sacca piena e macchiata di sangue, il che faceva pensare a tanta buona e sostanziosa carne da mangiare, ma in realtà erano solamente ossa. Le diede al cuoco e gli disse di fare il brodo e metterci tante spezie.

Quando il brodo incominciò a bollire ed il profumo iniziò a diffondersi, fiero e soddisfatto del suo espediente, si affacciò più volte a poppa, ma non riuscì a vedere mai nessun portuale e allora disse:

Ma che rè, mò che è bròro, nun ce stà nisciuno ca’ ricè niènd?” (Ma come mai, adesso che è brodo, non c’è nessuno che parla?).

Il caso volle che proprio quel giorno i portuali erano in sciopero e lui ci rimase molto male.

Per lui, taccagno come era, le ossa rappresentavano qualcosa di veramente lussuoso, il massimo da poter acquistare in macelleria e quindi si aspettava di ricevere molta gratitudine. Non fu così, ma gli uomini dell’equipaggio fecero finta, lo stesso, di essere stati accontentati.

La sua fama d’avaro era ben conosciuta anche in paese, di lui si diceva spesso che era ” ‘na galletta ‘i Castiellammare” …”trentaseje anne ‘a mmare e nun s’è spugnata ancora“.

La galletta di Castellammare è una specie di pane, durissimo, a lunga conservazione, usata proprio a bordo delle navi, che all’occorrenza si metteva ad ammorbidire per parecchio tempo nell’acqua di mare, perché l’impasto era privo di sale. Si dice che quando una persona è avara …nun se spogna!

Si racconta che, in paese, quando un montese manifestava un atto di avarizia o presunta tale, in modo scherzoso, si era soliti dire:

” ‘u ànema, me pèr x xxxxx” …oh anima (espressione di stupore), mi sembri x xxxxx

oppure

ma pe’ caso si’ parente ‘a x xxxxx” …ma per caso sei parente di x xxxxx (le “x” ovviamente sostituiscono il soprannome).

E’ giusto e doveroso riportare anche la versione di altri montesi, imbarcati sulle navi di questo armatore nei primi anni ’60, i quali sostengono che non era proprio così tirchio come si raccontava, ma tutte le varie dicerie erano solo frutto di invidia e soprattutto di una “mala ‘nummenata” (cattiva reputazione) che nel tempo si era creata intorno a questo personaggio.

Concludo con una frase di Marcel Proust: “Il denaro è lo zero che moltiplica un valore“, cioè non vale niente.

Vale la pena dedicare i nostri giorni solamente ad accumulare beni invece di goderci le gioie della vita?

…made with <3
— Pasquale Mancino

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