Home » Cultura » Astolfo sulla scadenza elettorale. Meglio ricordare!

Astolfo sulla scadenza elettorale. Meglio ricordare!

“Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere / di gente infame, che non sa cos’è il pudore, / si credono potenti e gli va bene quello che fanno; / e tutto gli appartiene. […]”.  
In questi ultimi giorni preelettorali i versi di una vecchia canzone di Battiato ronzano come api nelle orecchie di Astolfo. Il pensiero va a quell’entità astratta ma forte, la Patria, l’Italia, così impropriamente richiamata dai tanti attori del palcoscenico nazionale. Primi attori e comparse, burattinai e burattini, agitati e scomposti nell’attesa che li potrebbe portare al governo del Paese… I giornali, grandi e piccoli, fanno da grancassa a promesse iperboliche, finti programmi, progetti senza capo né coda…chiacchiere che neanche gli imbonitori intristiti delle vecchie tv private avrebbero osato sul futuro di noi malcapitati cittadini: illusi ed attratti, delusi e respinti da parole che coprono il niente, lo zero infinito che ci attende di qui a poco. Eppure il fragore è grande, feroce la prontezza a mettersi, un po’ tutti evidentemente, tra i Salvatori della Patria sunnominata e ferita. Ferita dai burattinai e più ancora dal risveglio di vecchi arnesi che la Storia d’Italia aveva sepolto e per un po’ cancellato – o meglio, congelato- nella memoria collettiva: i vari neofascismi in alleanza con la parte dello “schieramento democratico” che gioca col fuoco, nella certezza del “tanto peggio, tanto meglio!” Come negli anni ’70 – allora in concorrenza sanguinosa coi brigatisti rossi, funebri distruttori di qualche speranza di novità per i sacrificati di sempre -, come nei frangenti più rischiosi della democrazia italiana, debole e zoppicante di fronte alle strettoie sociali ed economiche, ma anche culturali, dei tanti “passaggi difficili” dopo il ’45… Si diceva dei giornali. Che potrebbero fare e dire, se non azzardare previsioni? Ecco allora che quasi tutti si sbracciano a costruire scenari del dopo voto, ad immaginare ciò che le interviste degli eroi Salvatori Prossimi Venturi non dicono. Dal Corriere alla Repubblica, da Avvenire al manifesto, ai fogli pagati dal cavaliere non più cavaliere, al giornale della Confindustria, fino al vicino Mattino, intervistano questo e quell’esperto, questo e quel politico, studioso, pensatore o storico, per capire dove andiamo, qui nel 2018, travolti dalle approssimazioni sul fenomeno epocale delle migrazioni, il razzismo diffuso, gli stracci che volano su questi e gli altri temi presenti in un quadro preoccupantissimo di generale ignoranza e negazione della memoria: il fascismo l’abbiamo o no conosciuto? Abbiamo sperimentato o no i suoi fallimenti e le sue contorsioni? E la guerra? Le violenze e i genocidi, l’oppressione e l’impossibilità di parlare e pensare? E tutto, tanto, di quel che resta sul sentirsi uomini o no? L’odore, la puzza, del nazismo… l’abbiamo sentita? Non noi, fortunati, ma chi c’era prima di noi? E le corruzioni, gli arricchimenti, i salti da una cultura liberale, o socialista, alla dittatura, l’abbiamo appresa da qualche libro, magari da qualche sopravvissuto quando ancora eravamo giovani e curiosi? E il resto, il tanto resto? La colonizzazione africana, i primi lager italiani dei neri, le faccette nere-bell’abissine, le ruberie dei nostri prodi generali nell’impresa, le abbiamo sentite? Qualcuno ci ha detto che combinò un tale Generale Graziani, sempre in Africa? Studenti o ex, noi tutti… conosciamo la storia?

Basta: non servono tante parole a capire il gioco (quello cui allude tristemente Battiato nella canzone che racconta la crisi del 1992 alla fine della I Repubblica); Astolfo non conosce i temi che si avvolgono e intrecciano tra elezioni attuali e il passato che non passa e ritorna, col fascismo antisemita che bussa ed è accolto da chi ha dimenticato, o non ha mai saputo, o solo se ne infischia di chi sembra diverso da lui e gli pare minacciare la pace della a volte difficile realtà di benestante o emarginato, titolare di tre lavori o disoccupato alla ricerca infruttuosa di una condizione vivibile!

Astolfo, per suo costume, fa parlare chi ne sa molto più di lui, un libro… Il passo si muove verso il veloce, solo una cinquantina di pp., Il fascismo eterno, di U.Eco, edito da La nave di Teseo, scritto che puntualizza con la maestria nota del suo autore cosa siano la mentalità, la sensibilità, la pratica senza tempo di ciò che nel Ventennio si concretizzò nel totalitarismo nazionale, quello mussoliniano, imitato e poi “superato” dal regime hitleriano. Un testo da leggere e rileggere, non fosse altro che per capire e controllare quanto c’è in noi stessi di fascismo, intolleranza, facile caduta nella fede di un Io superiore (che alberga talvolta nelle migliori intenzioni…) che si afferma e svilisce nella pratica e nei princìpi chi gli sta davanti. E poi, tra i tanti, molti scritti pubblicati solo negli ultimi anni sulla natura del fascismo-regime e/o del fascismo/pensiero, cultura, stato d’animo, aspirazioni etc etc, ha scelto il poderoso libro di G.Melis, La macchina imperfetta  Immagine e realtà dello Stato fascista, il Mulino 2018. Un testo che probabilmente scoraggia per la mole, ben 570 pp. + un’appendice e l’indice dei nomi, ma importante. Importante in quanto illumina con l’ammirevole passo di indagine scientifica essenziale per ogni seria ricerca storica, il costituirsi e il rafforzarsi dello Stato totalitario lungo il doppio asse: a) dell’immaginazione di un Ente metafisico perfetto, direttamente scaturito dai disegni provvidenziali e soprannaturali del duce-demiurgo; b) della realtà, invece, molto prosaica di un sistema certo complesso ma farraginoso, inceppato, rallentato da lotte e invidie, impuntature e contraddizioni interne agli apparati spesso in competizione e restìi a costruire “l’uomo nuovo” inseguito dall’idealismo libresco del regime. Il prof Melis è storico delle istituzioni e della burocrazia, lontano e oltre la dominante storiografia di taglio e impronta marxista di ieri, quella che nobilitava la natura stalinista del comunismo nazionale, la ornava con ricerche sulle nobili radici resistenziali e i suoi eroici passaggi, ma taceva o rimuoveva tra fumi ideologici questioni necessarie per la democrazia, tra le brutalità della guerra fredda che avvolgevano il mondo già dopo il ’46, ’47. Questo libro va in altre direzioni, denuncia proprio i ritardi e le incongruenze degli studi novecenteschi e racconta cifre e nomi alla mano, il governo fascista, la “macchina” affidata a Mussolini nel ’22 da un re imbelle con un telegramma, il ruolo del capo e dei suoi uomini, le “élite del fare”, cioè la vasta rete di figure pratiche che realizzano i programmi (economia e burocrazia, bonifica, propaganda e gli equivoci che durano vent’anni, come il potere del PNF), gli equilibri difficili tra Mussolini e V.Emanuele III, il re che non comprende ma si adegua allorché diviene imperatore e si illude di contare qualcosa…  Come pure il partito, le sue inadeguatezze e la retorica che tutto ripiana ed annulla, le istituzioni come la camera delle Corporazioni e dei fasci, la giustizia amministrativa e il ruolo delicato del Consiglio di Stato, sospeso tra ubbidienza e l’aura sottile di una condizione super partes di principio, le diverse magistrature e le ambiguità che vi serpeggiano fin dall’emanazione delle “leggi fascistissime” del ’27, lo Stato di polizia, la cosa più feroce del fascismo che piega e disperde ogni opposizione tra manganello e assassinio, il ruolo di pascolo privilegiato delle élite militari, coccolate eppure piegate alla pratica della repressione sociale nella cancellazione dello Statuto albertino, già blando baluardo per le opposizioni. Qui il libro disegna magistralmente la formazione del personale politico del regime di ogni livello: personale già prestigioso in età giolittiana o nuovo, il primo ancora sugli scudi e di successo ai tempi del governo Orlando (’21), che si piega volentieri ai nuovi padroni e si ritaglia un proprio spazio d’azione persino oltre il grigiore del regime in quanto indispensabile allo stesso. Esemplari le parabole personali di illustri magistrati, i padri del nostro Diritto, proni al capo e ai ministri di quegli anni…

Il lungo cap. finale, intitolato Lo Stato e gli interessi, scioglie l’intrico dei molti fili degli Enti pubblici, quegli enti che costituirono il volto economico e sociale del regime, previdenziale ed interventista nella situazione economica generale. E Melis legge egregiamente le carte degli archivi: chiarisce il ruolo di protezione degli indirizzi autarchici di fronte alla tempesta scatenata dal crollo del 1929 a Wall Street, ma porta altri documenti che ancora di più evidenziano quanto un regime che si dichiarava popolare e sulla via di una costruzione sociale distante dai due modelli esistenti – il Capitalismo e il Socialismo in costruzione allora solo in URSS-, cioè il Corporativismo, in realtà mai abbia prodotto un rifiuto critico del profitto ed anzi abbia pagato tutti i costi delle ristrutturazioni dell’industria e del sistema produttivo in generale. E tutto questo senza alcun pensiero, diremo, alle vecchie promesse fatte nel programma di p.tta S.Sepolcro, a Milano dove il fascismo era nato nel ’19, della terra ai contadini, della distruzione del latifondo meridionale e del potere rappresentato ancora saldamente dai proprietari terrieri padani e meridionali, gli agrari… Inutile dire ancora su questo libro. Se non che è strumento prezioso per chi conosce già un po’ di storia, più ancora – crede il cavaliere Astolfo- per chi si nutre di ascolto molto mal riposto. La storia va sempre guardata con ragione e… pazienza, non certo sulle onde insicure dei nuovi media.

[email protected]

Commenti:

Notizia interessante

VELA LATINA, DOMENICA AL NABILAH VARO DEL GOZZO SAN MICHELE ARCANGELO.VIDEO

Domenica prossima 11 Novembre dopo 10 anni dal varo del “San Giuda Taddeo” l’Associazione Vela …