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San Carlo: il coro ritiene blasfema una frase del libretto di Mimmo Borrelli «Napucalisse»

Omicidi, bestemmie, stupri. È a tinte forti l’universo teatrale di Mimmo Borrelli, drammaturgo oggi tra i più apprezzati in Italia. Coccolato dalla critica, vincitore di premi prestigiosi come il Riccione (nel 2005), approda ora al San Carlo con il suo Oratorio grottesco «Napucalisse», in scena venerdì e sabato per l’inaugurazione della nuova stagione sinfonica. Uno spettacolo che però rischiava di essere monco, per le polemiche che si sono scatenate intorno al testo. Un testo considerato blasfemo da parte dei coristi, che si sono rifiutati di cantarlo; in particolare, il passaggio «incriminato» sarebbe quello che chiama in causa la Madonna e il Padreterno, i cui nomi sono preceduti da un esplicito «mannaggia a…».

NESSUNA AUTOCENSURA – Tagliare la frase? Mimmo Borrelli dichiara di non essere disposto ad «autocensurarsi». Ma è pronto a mediare, dal momento che il San Carlo gli ha chiesto formalmente di epurare il suo lavoro, per impossibilità di andare in scena. La soluzione individuata è quella di eliminare il passaggio nel cantato del coro, ma lasciarlo intatto nel libretto. «Non posso imbavagliarmi da solo. E anche se capisco la difficoltà di chi è credente e deve cantare un testo come il mio, mi chiedo se siamo in uno Stato laico o cattolico. Se tra vent’anni avremo sui palcoscenici artisti musulmani, come è prevedibile, probabilmente non vorranno cantare il Dies irae. Insomma, non si tratta di una polemica becera, ma è invece una discussione di alto livello culturale. E i cinque o sei ‘‘dissidenti” del coro che non vogliono cantare quella frase sono stati coraggiosi, secondo me. Avrebbero potuto fare scena muta e basta». L’Oratorio, su musiche di Giorgio Battistelli, è una sorta di «urlo di dolore» del Vesuvio che «si sveglia per caso», come racconta lo stesso Borrelli. «Mi sono ricollegato al mito di Lucifero che sarebbe identificabile con il Vesuvio stesso, che al tempo stesso ha una mano creatrice e una distruttrice. Mi è sembrata l’allegoria perfetta del napoletano, generoso e creatore da un lato e cattivissimo se si sente tradito».
DIALETTO FLEGREO – Nell’Oratorio il personaggio-Vesuvio si domanda se e cosa distruggere della città che si stende ai suoi piedi. Tutto questo scritto in un dialetto duro e al tempo stesso lirico, chiave di volta del lavoro di Borrelli che utilizza un impasto di lingue flegree, dal bacolese al cappellese. «Il dialetto», spiega Borrelli, «ha molta più azione dentro. Ha un suono diretto, più efficace in scena. Io uso il linguaggio come uno spartito e mi capiscono anche a Milano o a Lugano, dove letteralmente le parole suonano incomprensibili». È un fiume in piena, Borrelli, quando spiega le differenze tra i vari idiomi: «Il cappellese si parla con la ‘‘o”. Zappare si dice ‘‘zappò”. Del resto è una lingua contadina. Diverso il bacolese che dopo le radici greche eredita anche lemmi sefarditi, rintracciabili nei cognomi come Guardascione o Salemme. Da noi a Bacoli sono diffuse leggende che solo negli ultimi anni vengono riconosciute come ebraiche. E anche il cantilenare del nostro dialetto è riconducibile alle cadenze ebraiche, ad esempio in tedesco. C’è poi il montese, da Monte di Procida, che è ancora diverso, con inflessioni pugliesi: casa si dice ‘‘chesa”. Io da piccolo parlavo in italiano perché mia madre mi ci costringeva, poi mi entrò in testa questa babilonia linguistica mutuata da cugini, nonni, amici».

IL RUOLO DI ERNESTO SALEMME – Importante, nel percorso del drammaturgo, l’incontro con l’«altro» Salemme. Ernesto, fratello di Vincenzo, e insegnante dal forte carisma. Con lui e con il poeta di Cappella, Michele Sovente, altro grande utilizzatore del dialetto in versi, Borrelli si è formato: «Mi si è aperto un mondo, ho imparato a usare la lingua poetica. E a cantare così le sorti dei poveracci, degli umili. Mi sento personalmente colpevole dell’andamento di questa nostra società. E l’urlo del Vesuvio è un urlo di rivalsa, un invito ai napoletani a risvegliarsi, a non provare più vergogna». Magari nemmeno se al San Carlo si canta qualcosa di «forte».
da www.corrieredelmezzogiorno,corriere,it
Mirella Armiero

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