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A Villa Cerillo a Bacoli mostra dell'artista Nunzio Figliolini

Promossa dal Comune di Bacoli, Assessorato alla Cultura e curata dall’ Associazione Bacoli Nuova, si è inaugurata il 25 febbraio alle ore 18.00, negli spazi espositivi della Villa Cerillo, una mostra personale dell’artista Nunzio Figliolini.

Cromie dall’Interno Nunzio Figliolini: oltre vent’anni al timone della fantasia
Testo critico di Stefano Taccone
Saranno esposte al 2°piano di Villa Cerillo in Bacoli 18 tele realizzate nel 2010.
Lungo il sentiero del giardino saranno collocate due installazioni in ceramica.
Saranno proiettati nella sala della biblioteca al 1°piano i video:
“Cromie dall’Interno” opere e testo di N. figliolini, regia di M.Quadretti, musica di AQ Bix
“Trilogy” opere di N. Figliolini, regia di M.Quadretti, musica di AQ Bix
“Il richiamo della forma” opere di N. Figliolini, testo G.Grassi, regia di N.Figliolin
“Sculture” opere di N. Figliolini, testo E. Zorn, regia di M.Quadretti, musica di AQ Bix
“Prime opere astratte anni 1982-84” opere di N. Figliolini, testo M. Sovente, regia di N. Figliolini, musica AQ Bix

Partito nei primissimi anni Ottanta da una pittura segnata dai moduli espressivi tutti interni alla tradizione astratta novecentesca, Figliolini se ne discosta ben presto per dar vita ad una propria narrazione. Nel tempo le sue opere si scompongono in frammenti, i confini lineari e netti si spezzano e interi pezzi si perdono per sempre. I pochi frammenti che restano, rivivono in un modo nuovo all’interno di un fondo fatto di solo colore-luce, fondendo ed amalgamandone la visione. Solo la memoria comprende e decifra il caleidoscopico assemblarsi della percezione. Dal 2005 inizia un nuovo ciclo: imprime sulla tela l’ombra della sua mano, spargendo il colore sulle superfici libere.
La sua mano, riprodotta “in negativo”, diventa un campo di energia, di forza compressa. La produzione più recente, ancora una volta oscillante tra progetto ed impulso, tra regola e licenza, tra cosmo e caos, viene resa inconfondibile dal singolarissimo tratto ottenuto in virtù della sostituzione del pennello con le dita, un espediente che permette evidentemente all’artista di sperimentare un dialogo più diretto tra volontà plasmante e materia plasmanda. Queste nuove immagini pur non rappresentando la natura, appaiono informati alle sue leggi, possiedono la tattilità del mondo organico, la sua flessuosità e la sua morbidezza. Dopo più di vent’anni di attività con riconoscimenti a livello nazionale e internaziole, oggi la sua produzione artistica abbraccia molteplici media tra cui spiccano: pittura, scultura, fotografia, video e installazioni.

Nunzio Figliolini ha esposto in Italia, in Slovenia, in Germania, in gallerie private e spazi pubblici e le sue opere si trovano in importanti collezioni. Dal 1993 è attivo anche nel campo dell’insegnamento come titolare di Discipline Pittoriche, presso il Liceo Artistico di Napoli.

In mostra fino al 27 febbraio 2011
Villa Cerillo: via Miliscola, Pozzuoli, Napoli (NA) Orari: 9.00/19.00 Ingresso gratuitoNunzio Figliolini: oltre vent’anni al timone della fantasia

«Tra geometia e fantasia»: tale definizione, con la quale Marcello Venturoli accoglie la sua opera aurorale, appare, a distanza di oltre un ventennio, una telegrafica quanto formidabile sintesi di quello che è il movimento dialettico sul quale fa costantemente perno l’opera di Nunzio Figliolini. Un cammino tutt’altro che lineare, fatto di corsi e ricorsi, abbandoni e riesumazioni, ipostatizzazioni ed azzeramenti, ma imboccato con risolutezza ad un’età assolutamente precoce, circostanza che spesso provoca non poco stupore, come testimoniano, tra l’altro, le parole di Michele Sovente, poi suo professore all’Accademia di Belle Arti di Napoli. I dipinti di Figliolini appaiono cioè negli anni sempre leggibili come sistemi composti da più elementi in perpetua mutazione di equilibrio, come risultanti di più istanze, tra loro in antitesi o comunque divergenti, coinvolte in una sorta di lotta per l’egemonia. Da una parte, in primis, il riferimento alla regolarità delle figure geometriche, una inclinazione razionalistica che egli esplica forse con maggiore compiutezza solo nell’attività di progettista ed arredatore, che svolge a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, ovvero parallelamente alla fase iniziale della sua carriera artistica, e che per un po’ pensa di seguire fino in fondo dedicandosi a studi architettonici, abilitandosi ed insegnando Design per diversi anni. Dall’altra una inarginabile istanza di libertà e flessibilità compositive, che stronca costantemente sul nascere ogni forma ideale, determinando il materializzarsi di paesaggi interiori ove triangoli, quadrati, rettangoli, trapezi, cerchi, ovali sono evocati solo nei loro innumerevoli stravolgimenti. Una insofferenza per il rigido ed il conchiuso che si ritrova peraltro nella sua stessa indole di uomo, oltre che di artista, e corrisponde, ad esempio, alla sua modalità non propriamente convenzionale di rapportarsi al sistema dell’arte. Il secondo piano del conflitto si gioca nell’ambito del rapporto tra figura e fondo: se le primissime prove ufficiali (1987), cariche di una certa quale aura neometafisica, possiedono ancora implicazioni stereometriche, benché la terza dimensione, e con essa una chiara visione prospettica, appaiano, con deliberata contraddittorietà, negate nel medesimo momento in cui sono evocate, di lì a poco il discorso si sintonizza pressoché definitivamente sul versante della bidimensionalità, ma arrestandosi appunto su quel crinale che permette ancora una distinzione tra figura e fondo, coinvolti in un ventaglio di soluzioni che tendono ora alla distinzione netta ora alla fusione, che non risulta mai però in verità pienamente conseguita, neanche in quei dipinti eseguiti tra il 2003 e il 2004, allorché (forse per effetto del sopraggiunto stato di paternità?), nella virulenza del colore, più vivo e squillante che mai, sembra sciogliersi quasi completamente ogni retaggio geometrico, fino a conseguire risultati che denotano inattese ma non peregrine somiglianze con la pittura d’azione americana. L’equilibrio-disequilibrio tra colori, oltre che tra forme, risiede del resto fin dal principio a fondamento della sua pittura: queste ultime appaiono tanto variamente articolate, nel loro audace e quasi bizzarro intersecarsi, quanto i primi convivono secondo rapporti assolutamente timbrici, originando giustapposizioni di campiture non meno spericolate, ma, con l’aprirsi del nuovo millennio, le geometrie si fanno più labili e non più connotate dalla predominanza di una sola cromia, bensì da complicati impasti di più tinte in grado di suscitare una pletora di combinazioni e sfumature. Siamo ora di fronte a prototipi che tanto nel disegno quanto nella colorazione ricordano in maniera assai prossima frammenti di affreschi antichi, quelli che fin da bambino Nunzio, evidentemente già attratto dalle qualità estetiche dell’indefinito, di ciò che è il prodotto di forze contrastanti (in questo caso la volitività plasmante dell’uomo e la casualità impersonale, ma ugualmente coerente ed univoca nella sua azione formativa, del “tempo pittore”), amava raccogliere aggirandosi per i natii Campi Flegrei, ove tutt’ora risiede. È questa la via intermedia che lo condurrà verso una pittura sempre più vibrante, sempre meno disposta a soggiacere alle costrizioni del geometrismo, sia pure quello eretico tipico della sua personalissima impostazione, benché solo di rado esso risulti davvero interamente eliso, mentre la colorazione si dimostra costantemente vivace e persino, in qualche caso, urlante. Neanche in quest’ultimo frangente, tuttavia, è lecito pensare ad una esperienza dagli esiti imprevedibili di rosenberghiana memoria: si tratta invece, ancora una volta, di un processo in cui l’opera cresce su se stessa in virtù dell’interagire tra un’apriori strutturato, ma non articolatamente definito in ogni sua parte, e le possibilità che si aprono man mano che esso avanza, in maniera tale, come osserva prontamente Gino Grassi, da non abbandonare «mai il timone della propria ricerca». Giungiamo così a considerare la produzione più recente, ancora una volta oscillante tra progetto ed impulso, tra regola e licenza, tra cosmo e caos, ma ora resa inconfondibile dal singolarissimo tratto ottenuto in virtù della sostituzione del pennello con le dita, un espediente che permette evidentemente all’artista di sperimentare un dialogo più diretto tra volontà plasmante e materia plasmanda. Ed ancora una volta si tratta di una soluzione riconducibile ad un moto di regressione infantile, al tipico gesto di disegnare sui vetri appannati nei giorni di pioggia, cosa che naturalmente il piccolo Nunzio amava fare, che si salda però con la cultura degli odierni dispositivi palmari. Appare più manifesta che mai, a questo punto, la sua vocazione a figurare, il cui arrestarsi ad uno stato embrionale fa però sì che non si risolva, se non in qualche momento circoscritto (si vedano la serie di volti e quella delle mani, immediatamente precedenti quest’ultima delle dita), nel riferimento sia pur minimo al mondo fenomenico, ma nella realizzazione di uno sterminato universo di figure che potremmo chiamare “non oggettive”, in quanto dotate di una presenza, una personalità, oserei dire, non troppo più flebile di quella che potrebbe possedere ad esempio un ritratto umano, eppure assolutamente non correlate ad alcuna cosa riconoscibile. Sono visioni che certo, nei loro fitti intrichi curvilinei, nella carica vitale della loro colorazione, ci appaiono tutt’altro che estranee alla nostra quotidianità, che si aprono come finestre su una dimensione che non ricordiamo lucidamente di aver esperito, eppure non possiamo che percepire come familiare. È un po’ come ascoltare una voce o contemplare un volto di una persona che ci hanno appena presentato, eppure nell’una e/o nell’altro riconosciamo un qualcosa di già conosciuto e magari già amato e non riusciamo a metterlo a fuoco! Ciò può avvenire semplicemente in virtù di alcune effettive somiglianze di tratti che ben custodiamo nell’archivio della nostra memoria uditiva e/o visiva, ma la nostra coscienza non li ha (ancora?) classificati. Allo stesso modo, all’incirca, reagiamo di fronte a questi nuovi paesaggi interiori di Figliolini, e ciò avviene perché essi, pur non rappresentando la natura, appaiono informati alle sue leggi, possiedono la tattilità del mondo organico, la sua flessuosità e la sua morbidezza. Stefano Taccone

Cromie dall’Interno è un ciclo di opere pittoriche che ho realizzato tra Maggio e Agosto del 2010. Sono sgorgate di getto, dal profondo del mio “io”, come una forza prorompente di ricerca, dalle ampie superfici cromatiche. Questa è una serie di tentativi di ritrarre il paesaggio invisibile, intangibile, del passaggio del tempo, che attraverso la materia, in una compostezza organica, si fa mani-polare di tracciati del segno… Questa forza nuova mi affiora oggi, forte e chiara. Le mie dita, intinte nel colore acrilico, hanno creato un serrato corpo a corpo con la materia pittorica. Scolpendo il colore con le mani, ho cercato di dare corpo all’evocazione della “forma mentis” dei luoghi e delle geometrie mentali primordiali, nella ricerca di una topografia dell’inconscio reso conscio, con la proposizione di una sperimentazione libera di rito gestuale, che evidenzia il bisogno di restituire, attraverso un’assoluta comunicazione percettiva pura, qualcosa di quanto più vicino a quella visione della fase percettiva prenatale, o comunque del bambino, precedente al condizionamento visivo. Nunzio Figliolin8

fonte Luisa Odierno www.ilnotiziarioitaliano.it

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