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Salviamo I cellai

Autore: Avv.Giuseppe Diana

Salviamo “I cellai – Le antiche vestigia dell’architettura rurale di Monte di Procida”

La nostra architettura è quella tipica delle coste campane, che richiama alla mente il tipo arabo-normanno, cioè: il tetto a cupola di sapore saraceno e le volte delle case che sono a botte, a vela, a crociera, fatte in lapillo……
L’architettura mediterranea esprime la comune origine, la comune civiltà che nacque dalla fusione dell’occidente con l’oriente. Un’architettura che simboleggia l’unione di due civiltà: quella araba con quella romana su cui si inserì anche la civiltà cristiana.

Quella di Monte di Procida che proviene da quella procidana nasce con l’istituzione delle masserie volute dal feudatario napoletano Sclano.

Nel 1300 le masserie furono affidate ai Procidani i quali attraversavano il freto (canale) di Procida per raggiungere Monte di Procida e poterli dissodare e coltivare. Si rivelò, quindi, la necessità di realizzare un luogo per il ricovero dei contadini e sia per riporre gli attrezzi, i raccolti e le derrate agricole, vennero così costruiti i cellai.

Queste furono le prime case trecentesche costruite a Monte di Procida.
Queste forme architettoniche si diffusero attraverso i secoli mantenendosi pressoché intatte fino alla fine del XIX secolo lungo tutte le coste del Mediterraneo. Una delle cause della sua immutabilità e della sua diffusione è stato il modo di vivere dei popoli di queste terre e l’abbondanza dei materiali da costruzione utilizzati, materiali che la natura forniva abbondantemente: lapilli, pozzolana, tufo giallo, materiali vulcanici…

Infatti la stessa diffusione delle volte e degli archi nasce dall’esigenza di sopperire alla mancanza di legname grosso da costruzione.

Le caratteristiche generali di questa architettura sono:

  • Le coperture a volta sui piani terreni e superiori
  • La tinteggiatura a calce degli esterni effettuato con colori vivaci che contrastano con i colori del paesaggio soprattutto il bianco e il rosa

    L’elemento che caratterizzava la casa rurale era il cellaio che occupava un posto notevole nella struttura della casa. Il cellaio era un grande locale dalla pianta rettangolare e dalla volta a botte in cui vi era il palmento. Nelle mura vi erano delle nicchie che comunicavano con l’esterno per la ventilazione del locale.

    In dialetto queste bocche venivano chiamate “ventarole” o “scelature”. A volte il palmento (in dialetto “o palmiento” – vasca di calcestruzzo utilizzata per la pigiatura dell’uva) si trovava all’esterno in un sottoportico o in un sottoscala, mi è capitato di vedere ancora oggi qualche abbandonato e superstite esemplare. Le botti venivano poi sistemate su una bassa impalcatura in muratura e travi di legno chiamata in dialetto “u’ puost”.

    Ricordo che il momento conclusivo della costruzione della casa era “a vattuta ‘e ll’asteco”, colla quale si completava la copertura dell’abitato; essa rappresentava il coronamento di un sogno e coinvolgeva non solo i padroni della casa ma tutto il vicinato.

    L’arte edilizia nelle nostre regioni meridionali derivava da una esperienza le cui radici si nutrivano ancora dello spirito ellenico e romano di cui è permeato questo suolo cosparso, com’è, dei resti di un’architettura che completò così felicemente l’opera della natura nella creazione di un paesaggio di leggendaria bellezza.

    La tecnica e l’economia hanno incominciato per trasformare, deturpare gli antichi edifizi per adattarli ad esigenze moderne senza alcun rispetto per la loro veneranda vetustà; e poi son venuti i caseggiati a sostituire le case, i villini a sostituire le dimore rurali.

    La caratteristica strutturale tipica della architettura popolare è l’organismo che, scolasticamente, si può definire come risultante da un’ossatura di piedritto sul quale poggia una copertura a volta e soggetto ad azioni di spinta.

    La volta – nel gergo locale lamia – viene utilizzata nei suoi tipi fondamentali: a botte, a sesto acuto, sferica. Ma la esecuzione, non essendo quasi mai guidata da piani di costruzione, le lamie si foggiano secondo le necessità della utilizzazione degli ambienti come risultato della improvvisazione del muratore e spesso come manifestazione della sua immaginazione, della fantasia stimolata dalla febbre creativa di uno spirito libero non costretto ad osservare le prescrizioni e le norme di un progetto prestabilito.

    Il processo di questa tecnica era semplicissimo: sulla volta formata in muratura ordinaria, si dispone uno strato di 15 a 20 cm. di lapillo vulcanico inzuppato di latte di calce. Una squadra di operai incomincia il lavoro della battitura che dura tre giornate, normalmente, servendosi della mazzoccola una grossa spatola di legno con la faccia inferiore piana ed i lati

    Nella prima giornata la battitura si compie con la faccia piana della mazzoccola, nella seconda giornata si batte di taglio e nella terza di nuovo con la faccia piatta, e fino a che la superficie battuta non diventi perfettamente liscia. Durante tutto il tempo in cui si svolge la battitura la copertura viene continuamente inzuppata di latte di calce.

    Ad opera compiuta lo spessore deve ridursi di circa un terzo della grossezza originale; irrigata convenientemente, la volta si ricopre di terra, erba o fieno o paglia, perché asciughi lentamente. L’esperienza, oramai secolare, ha dimostrato la superiorità tecnica di questo sistema di copertura battuta su tutti i sistemi di copertura più moderni.

    Essa ha anzitutto quella nobile impronta dell’opera compiuta, direttamente, dalla mano dell’uomo, che nessun utensile meccanico arriverà mai ad uguagliare.
    L’edilizia rurale è rappresentata da forme semplici, da un’architettura povera per necessità economica, e spesso non banale che trova la sua forza negli elementi della memoria di un paesaggio che si sta trasformando e di cui sentiamo il bisogno di mantenere le tracce.

    Sono forme semplici di un’architettura povera per necessità economica, e che trovano la loro forza come elementi della memoria di un paesaggio che si sta trasformando e di cui sentiamo il bisogno di mantenere le tracce.

    Se la cosiddetta archeologia industriale (che archeologia non è, ma recupero e rivitalizzazione di manufatti singolari per tecniche costruttive) conserva singoli edifici e complessi anche di grande volume, ma per lo più isolati e differenziati rispetto al tessuto urbano, la conservazione degli elementi dell’edilizia rurale, invece, ci consente di mantenere una trama di volumi in sé spesso non grandi, di tipologie caratteristiche per ricorrenza ed unitarietà, di spazi (le corti) evocativi del lavoro e della vita di un tempo, di particolari, quali archi, solai, tetti, pareti, semplici ma carichi di significato.

    In questo senso quell’edilizia di tutti i giorni in cui generazioni hanno vissuto e faticato assume dignità di architettura per la sua spontanea capacità di divenire elemento unificante del paesaggio storico.

    L’architettura rurale che, una cultura del nuovo benessere ha spinto sovente ad abbandonare o a degradare con inserti di sciocco modernismo, va recuperata e mantenuta poiché è un elemento importante della nostra memoria.

    Le istituzioni, enti, associazioni, ingegneri, architetti, persone di cultura, le scuole perchè non cercano di salvare quel poco che resta ancora di questa architettura che si è ispirata alle antiche vestigia dell’architettura mediterranea?.

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